Questa sera 30 ottobre, in occasione del 43.mo anniversario dell’ordinazione episcopale del Venerabile don Tonino Bello, a Tricase (LEGGI) verrà presentato il volume di Padre Alessandro Mastromatteo dal titolo “Maria di Nazareth, la prima laica” (Paoline). Portalecce, per gentile concessione pubblica la postfazione al libro a firma di Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione don Tonino Bello.

Le parole di don Tonino sono sempre sconvolgenti, nel senso che sconvolgono il comune sentire, annullano anni di formazione, mettono in crisi vedute e pensieri consolidati che pensavamo essere validi per sempre. E invece no! Chi di noi aveva mai pensato a Maria donna del popolo, appunto a Maria laica, anzi prima laica?
L’abbiamo sempre vista all’interno di una teca sacra, sacra appunto non prossima a noi: così l’abbiamo contemplata, pregata. Le abbiamo sempre chiesto vicinanza e invece ce la siamo persa! Così nei secoli. Poi all’improvviso Tonino Bello ce la riconsegna. Bella, pura, nostra: questa “dolcissima creatura”!
E con Lei ci riconsegna il fondamento della nostra cristianità.
Cioè quel mistero dell’incarnazione che è la cosa più importante della nostra religione e che ci porta a vivere la vita in atteggiamento di apertura al mondo e di fratellanza universale. Grazie don Tonino: per la tua fede intelligente, per il tuo cuore pensante. Grazie anche perché finalmente non ci fai, noi laici, sentire figli di un dio minore, appunto con la “d” minuscola, ma ci collochi, dopo secoli, in un contesto regale e profetico, come Maria.
“Maria Donna del Popolo. Sì, il Signore se l’è scelta proprio di là (...) in mezzo alla gente comune. Maria era figlia del popolo (...) donna fatta popolo.”
Che un chierico potesse consegnarci queste immagini è veramente incomprensibile per chi non ha conosciuto don Tonino! Invece, per chi lo ha incontrato le cose non stanno così: la sua umanità precede il suo essere prete, anzi dà sostanza alla sua vocazione. È grazie alla sua umanità che questo pastore è entrato nel cuore della gente, di tutti coloro che lo hanno incontrato.
Don Tonino vive il suo tempo senza essere del suo tempo! C’era in quegli anni un sentire comune rispetto al ruolo dei laici nella chiesa e nel mondo e al rapporto tra il clero e i laici che era, per usare un eufemismo, molto sbilanciato! C’era un diritto canonico, meglio il diritto dei canonici, che negava ogni diritto e ogni dignità ai laici. Il Codice di diritto canonico in vigore sino al 1983 definisce la Chiesa come una Chiesa del clero, dedicando un unico canone (can. 682) ai laici: “È diritto dei laici ricevere dal clero i beni spirituali, gli aiuti necessari alla salvezza”.
“Nella Chiesa i laici sembrano godere solo dei diritti di cittadini stranieri, residenti e protetti. Questo codice ignora il popolo di Dio nella sua unità e conosce solo laici subordinati ai sacerdoti che sono loro superiori sino alla morte. Questo codice è il fedele riflesso dell’ecclesiologia del tempo, come affermava San Pio X in un’enciclica rivolta alla Chiesa di Francia: «La Chiesa è per sua natura una società ineguale, cioè una società formata da due categorie di persone: i pastori e il gregge (...) - che - non ha altro diritto che lasciarsi guidare e seguire (...) i suoi pastori».
Sul piano della fede, il vescovo è dottore. Il dialogo tra il vescovo e i laici cristiani è certamente possibile, ma il laico non può che apprendere, ricevere. È preso in carico dalla gerarchia. È un segno di comportamento adulto accettare la propria condizione.”
Il nuovo codice, previsto da Giovanni XXIII, fu promulgato da Giovanni Paolo II solo nel 1983. Il mondo era cambiato, la crisi delle vocazioni mordeva, le chiese iniziavano a svuotarsi, il termine “clericalismo” era entrato a pieno titolo nel vocabolario della società.
Il termine, che nasce alla fine del 1800 in Belgio e successivamente inizia a circolare in Francia, sta ad indicare, con accenti di dissenso, il potere temporale della Chiesa cattolica, di cui erano convinti sostenitori una parte del clero e del laicato. Dimenticato dai pontefici sino a fine ‘900, citato in due occasioni da Paolo VI, Giovanni Paolo II parla del clericalismo in rare occasioni come una “devianza” generata da atteggiamenti del clero e dei laici. Nel magistero di Benedetto XVI il termine scompare!
Tonino Bello ne aveva avvertito il pericolo! Insieme all’integralismo (“non c’è una matematica cristiana e una matematica laica (...) una chimica cristiana e una chimica laica, una musica cristiana e una musica laica...), considera il clericalismo una “tentazione” e un pericolo che tarda ad essere vinto (“le nostre Chiese, occorre ammetterlo, sono ancora clericali...) e nella sua prima omelia al suo popolo di Molfetta , rivolgendosi ai laici, così dice: “A voi laici, che lavorate per il regno, io primo dei laici, comunico tutta la mia ansia perché sappiate scoprire sempre più lucidamente il ruolo che vi compete nella Chiesa, la vostra eguale dignità a quella degli altri membri del Popolo di Dio, la vostra chiamata alla santità e alla animazione delle realtà terrene, i vostri carismi, la vostra originalità incedibile, la vostra autonomia regale”.
Autonomia regale, eguale dignità, chiamata alla santità, originalità laicale: sono per don Tonino valori laicali incedibili, non vanno ceduti per non cadere nella “tentazione del tango”, dalla quale anche Papa Francesco ci metteva in guardia. Egli più volte è tornato sul tema e invitando pastori e popolo a camminare insieme in virtù della grazia del battesimo (“il clericalismo - diceva Francesco - sottovaluta la grazia battesimale”). Non faceva sconti Papa Francesco su questo tema: clericalismo è tentazione, malattia, male, peccato, perversione, piaga! Spegne il fuoco profetico, comporta divisione nella Chiesa, copre gli abusi. In un’intervista all’inizio del suo pontificato così si pronunciò: “Quando ho di fronte un clericale, divento anticlericale”. Parole forti ma senz’altro giustificate da atteggiamenti che continuavano (e continuano ancora oggi!) a perpetuarsi in una parte della gerarchia ecclesiastica. Basti ricordare quanto affermò il card. J.P. Schotte, segretario generale del Sinodo dei vescovi, all’indomani della promulgazione del Codice riveduto: “Sia chiaro, nella Chiesa cattolica un parroco non deve rendere conto a nessuno tranne che al suo vescovo; un vescovo non deve render conto a nessuno tranne che al Papa. E il Papa non deve render conto a nessuno se non a Dio”. Magari oggi nessuno si esprimerebbe così ma molti concordano con questi pensieri.
Più volte Papa Francesco ha indicato un nuovo modello pastorale: “Popolo e pastori, insieme. Sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo”. Pastori e popolo: per disarmare le parole, per disarmare le menti, per disarmare la terra. E poi aggiungeva in una nota inviata il 18 marzo u.s. dal Policlinico Gemelli al direttore del Corriere: “C’è grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità”. Anche Tonino Bello aveva colto questa dimensione. “... è molto difficile vivere oggi e dobbiamo prendere atto che si vive nella complessità “e aveva scelto di vivere con i laici, come i laici, “... che stanno nei sindacati, nelle officine, nei campi, sulla strada, al mercato ittico e a quello ortofrutticolo “.
Forse così si completa la visione del mondo, si coglie il senso della complessità e insieme la necessità di rifuggire dalle astrazioni, perché, a volte, “i pensieri astratti sono fraudolenti mentre noi dovremmo produrre pensieri che nascono dal concreto”, pensieri partoriti dalla città, che oggi è infiammata, sotto le bombe della maledetta guerra e brucia insieme a corpi teneri e incolpevoli. Ripartire dalla città per meglio “analizzare i bisogni profondi della gente: i bisogni di senso, gli aneliti di pace, l’ansia di giustizia, la ricerca di dignità, l’attesa di un nuovo ordine economico che assicuri a ogni essere umano i diritti più elementari”.
Ripartire dalla città che oggi brucia: Tonino Bello aveva fretta di raggiungerla. Come Maria, prima laica, “... raggiunse in fretta la città”: perché voleva incontrare il Figlio che “... ormai irrompe là dove ci sono gli uomini, non li attende più nel tempio, va lui nella casa degli uomini”. Anche oggi lo troviamo lì, crocifisso e arso vivo. Speriamo solo che ancora ci sia qualche centurione buono e che il velo presto si squarci dinanzi agli occhi dei nuovi erode della terra e spalanchi loro il vuoto delle loro azioni, l’angoscia della loro insensatezza, il volto di Caino, loro vero compagno di viaggio.
Di sicuro Maria sta lì, in città, ai piedi della croce di quanti ingiustamente ancora muoiono.
*presidente Fondazione don Tonino Bello

