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Non si può immaginare la masseria priva della presenza di un cane o più di uno, in dialetto singolare lu cane, plurale li cani, femminile la cane, altrimenti detto cane te mmassaria, preposto a vigilare sul complesso edilizio ovvero sull’incolumità di chi vi abita, sui beni e gli attrezzi agricoli custoditi, animali compresi.

 

 

La strettissima simbiosi vissuta tra il cane e l’uomo ha sollecitato quest’ultimo a comporre una serie di aforismi, metafore, modi dire e massime, frutto di riflessioni e di considerazioni come le seguenti.

Ce be’ mastignu, com’è mastino, riferito a uomo dal carattere respingente che quando parla aggredisce il suo interlocutore.

Cane cu cane nu se mozzecanu oppure cane nu mangia cane, cane non cane non si mozzicano oppure cane non mangia cane cioè simile non danneggia il suo simile.

Cane ca bbaia nu mmozzeca, cane che abbaia non morde; l’individuo che borbotta o grida si svela innocuo ossia un burbero benefico.

Mancu li cani, nemmeno ai cani, si augura di essere colpiti da una sorte simile!

Alli cani tecendu alias luntanu sia, maisia, largu sia, letteralmente ai cani dicendo, lontano sia, e via dicendo, sono espressioni pronunciate per sminuire un malaugurio.

Ci torme cu li cani nu se ausa senza pulci, chi dorme con i cani non si alza senza pulci; per portare a termine alcune imprese si devono correre alcuni rischi.

 

Te cane ci te mozzeca lu stessu pilu mintici alias fanne comu te fannu, di cane che ti mozzica metti lo stesso pelo ossia fai come ti fanno; ripagare con la stessa moneta non è peccato o, anche, il rimedio si trova nello stesso male.

Lu cane mozzeca o secuta sempre lu strazzatu, il cane va a mordere o insegue preferibilmente il povero dai vestiti laceri; a cane mazzu Diu ni manda rugna, al cane magro Dio manda la rogna, ossia i guai, la malasorte prende a bersaglio la gente più malandata; chi ha già guai ne subisce altri.

Lu cane cotula la cuta a cci li tae a mangiare, il cane muove la coda a chi gli dà da mangiare, brutalmente muove la coda non per manifestare affetto per il padrone ma per il pane e, per estensione, l’atteggiamento è proprio dei ruffiani che tributano lusinghe per ottenere solo vantaggi.

A culure te cane quando fusce, letteralmente a colore di cane quando fugge, per dire di colore incerto.

Essere comu lu cane te lu ucceri: lurdu  o untu te sangu e muertu te fame, essere come il cane del macellaio: sporco o unto di sangue e morto di fame; spesso l’apparenza inganna.

Lu stuéticu e’ comu lu cane: mmozzeca la manu ca l’à datu lu pane, lo stupido è come il cane, morsica la mano di chi gli dà il pane, dimostrando ingratitudine.

Nu descetare lu cane quandu torme, non svegliare il cane quando dorme, cioè non cimentare l’eventuale nemico quando è tranquillo.

Cani, principi e figghi te puttana, nun chiutenu mai le porte o lassanu le porte perte o stampagnate, cani, principi e figli di puttana non chiudono mai le porte o le lasciano sempre aperte o spalancate; in proverbi di altre regioni, gli ultimi vengono sostituiti dai contadini o dai villani; nel Parmigiano non la chiudono nemmeno i ricchi e i medici e, in proposito, nel Veneto si dice: can, vilan e gentiluomo venessian non sara la porta. Il cane non chiude la porta per ovvie ragioni; il “vilan” perché è maleducato, il “gentiluomo venessian” perché gliela chiude il servo.

Per approfondire:

R. Barletta, Cane nu mangia cane. Bestiario popolare salentino, Edizioni Grifo, 2013.

                                                                 

 

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