La “Basilica di Santa Croce a Lecce” è il nuovo libro di don Mauro Carlino e di Roberto Schipa, di cui Portalecce ha già dato notizia (LEGGI).

 

 

 

 

Rinviando ad altro momento e ad altre competenze l’aspetto artistico-architettonico del volume, qui ci limitiamo a seguire Carlino nel dar voce alla basilica (di cui è parroco), in una storia che attraversa i secoli, le generazioni, i cambiamenti sociali e politici di cui la stessa Santa Croce fu testimone.

La vicenda della basilica è indissolubilmente legata alla presenza in città dei monaci benedettini, con il ramo dei Celestini, che prendevano il nome da San Celestino V (il Papa della “gran rinuncia”) e che seguivano la Regola di San Benedetto. Rispettavano per tutto l’anno l’astinenza dalle carni e si svegliavano di notte per recitare il mattutino…

Il loro monastero fu materialmente realizzato nel 1352 da Gualtieri VI di Brienne, che era Conte di Lecce e Duca di Atene, uno dei più illustri signori del regno angioino. Era dovuto rientrare in fretta dalla Grecia, dove aveva perso il Ducato di Atene a vantaggio dei mercenari catalani, una potente compagnia di ventura.

Il primo monastero fu realizzato dove attualmente sorge il Castello di Carlo V; qui c’era già una chiesa dedicata alla Santa Croce del Signore, così che da allora la storia del monastero benedettino andò di pari passo con l’uso di tale chiesa.

Ci vuole un salto di oltre due secoli per arrivare al 1537, allorché inizia la costruzione della chiesa e del monastero nell’attuale sito. Tale spostamento fu dovuto alle necessità militari del tempo, che, soprattutto a causa delle ripetute scorrerie islamiche (ancora vivo era il martirio di Otranto del 1480), imposero l’ampliamento del castello e della cinta muraria di Lecce. La costruzione della nuova chiesa si protrasse per decenni, così che bisogna attendere il 1646 per il completamento del secondo piano della facciata. Questo secondo ordine si apre con il cornicione sotto la balaustra, dove tredici telamoni - figure antropomorfe e zoomorfe - sorreggono la balconata, che percorre in ampiezza tutto il prospetto della basilica. Fra le figure scolpite vi sono vari soldati turchi, a testimonianza e ricordo della vittoriosa battaglia navale di Lepanto del 1571, trionfo della cristianità e a cui tanti marinai salentini avevano preso parte.

Negli anni l’edificio si arricchì di molteplici cappelle gentilizie, nell’ambito del vigente sistema sociale che prevedeva un fecondo interscambio fra nobiltà, Chiesa e popolo (l’ancien regìme). Gli stessi monaci celestini per secoli furono feudatari a Carmiano e Magliano, dove contribuirono a migliorare le condizioni sociali ed economiche dei contadini sottoposti, come del resto avveniva in altre parti d’Italia e d’Europa. Possiamo allora affermare che la bellezza artistica della chiesa si sviluppava a partire da una condizione economica di base florida, che faceva di Lecce quasi una seconda capitale del Regno.

Ma secoli di presenza e di operosità benedettina nella città furono vanificati - nel giro di pochi anni - dalla Rivoluzione francese. Gli eserciti “libertari” transalpini innalzarono nelle piazze delle città italiane l’albero della libertà, ma ben presto quella “libertà” fu fatta rispettare a suon di fucilate… Dapprima vi fu la Repubblica napoletana sulla falsa riga di quella francese; poi i Regni napoleonici di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat, che soppressero per decreto quasi tutti gli ordini religiosi, con confische di case, scuole religiose, monasteri, ostelli, feudi, opere pie e quant’altro servisse anche al sostegno della popolazione. Il monastero dei Celestini divenne l’Intendenza del governo, i monaci si dispersero, qualcuno finì i suoi giorni - da eremita - nella chiesa dell’Immacolata di Carmiano (l’antico feudo), dove tuttora trova sepoltura. Quanto alla chiesa di Santa Croce ci volle del tempo per riprendersi da quella sciagura, avendo toccato il suo punto più basso tra il 1814 e il 1828, allorché rimase abbandonata e per un certo tempo anche ridotta a stalla: potenza della Rivoluzione giacobina e anticlericale…

Così, affianco alle bellezze architettoniche e artistiche, Santa Croce ci racconta un’altra storia del nostro territorio, forse scomoda, sicuramente poco conosciuta.

 

 

 

 

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