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Artiere era definito genericamente chi svolgeva un mestiere che presupponeva un’attività manuale; il termine in sé non conteneva una oggettiva distinzione qualitativa e valutativa del mestiere stesso, tuttavia, tra le diverse categorie di artigiani, sorgevano spontanee classificazioni.

Ma anche confronti e pregiudizi, manifestazioni di animosità e di spietata rivalità, visceralmente espresse attraverso motti, proverbi e allocuzioni talvolta intrisi di gustosa ironia, ma talaltra pervasi di antico radicato rancore, di mai sopìto odio o disprezzo, di eccessive ingiurie.

Escluso il pane, la pasta ed altri generi occorrenti ad una famiglia, di pertinenza delle “salsamenterie” o putee, botteghe, i prodotti della campagna e della locale pastorizia venivano venduti dagli ambulanti le cui grida sostituivano le insegne pubblicitarie.

Attraversando i rioni più popolari della città, reclamizzavano la propria merce modulando la voce che, a volte, assumeva i toni di una lenta melodia, a volte la impostavano sulla tonalità di allegri trilli o di rapidi gorgheggi.

Agli acquirenti era sufficiente ascoltare la citata modulazione di voce, una sorte di annuncio, per configurare l’ambulante con la sua merce.

A questi, anche se vecchio e malconcio nel fisico, specialmente le donne si rivolgevano con la seguente espressione: ehi, beddhrucarusu ce puerti? Ehi, bel giovane, cosa porti? Evitavano l’appellativo, ritenuto alquanto scortese, talvolta dispregiativo: ehi nunnu! Ehi uomo!

Da domani la nuova rubrica ogni lunedì su Portalecce.

Per approfondimenti:

  1. Barletta, Ci tene arte tene parte, Grifo, Lecce 2011

 

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