A margine dell’incontro promosso dalla parrocchia Cristo Re di Collepasso, realizzato in collaborazione con Alleanza Cattolica (LEGGI), abbiamo intervistato Marco Invernizzi, responsabile nazionale della predetta associazione.

 

 

 

“I cattolici di fronte alle sfide di oggi: rassegnazione o speranza?”: è un tema sicuramente di ampio respiro, che lascia intravedere che forse qualcosa non va…

Sì, mi pare che una certa rassegnazione stia penetrando nel corpo della Chiesa di fronte alle sfide poderose della post-modernità.

 

 

Quali sfide?

 

Il relativismo, innanzitutto. Nel corso dell’omelia della messa pro eligendo romano pontifice, il futuro Benedetto XVI parlò esplicitamente del nostro tempo come segnato dalla “dittatura” del relativismo: “Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.

 Dittatura è un termine forte, se ci riflettiamo, e chi ne va di mezzo è proprio il concetto di verità. Nel senso che la verità - se pure esiste - non deve e non può ricoprire alcun ruolo pubblico, ma al massimo va relegata nel campo intimistico, dal punto di vista psicologico, e nelle sacrestie, dal punto di vista fisico. Ma questo è il suicidio del cristianesimo, perché Cristo è morto per tutti! Se la verità non esiste più e se è solo una delle tante proposte del mondo, allora Gesù ha mentito quando ha detto: “Io sono la verità” e la Chiesa diventa solo una delle tante opinioni possibili.

 

 

C’è dunque un problema di identità cristiana?

 

Penso di sì, almeno per quel che riguarda l’Italia. Paolo VI nel suo magistero richiamava alla necessità della “consecratio mundi”, cioè della necessità - come battezzati - di fare missione e di consacrare il mondo a Cristo. Oggi le statistiche ci dicono che appena il 15% della popolazione frequenta la Messa domenicale, e comunque tutti gli altri indici statistici (matrimoni religiosi, frequenza dei sacramenti, denatalità, abbandono da parte degli adolescenti, vocazioni sacerdotali…) sono in picchiata. Purtroppo, è una realtà e non guardarla in faccia non risolve il problema, anche se a volte preferiamo chiuderci in una sorta di “comfort zone” e rassegnarci.

 

L’incontro a cui ha partecipato a Collepasso però parla anche di “speranza”…

 

Certo, come cristiani e come cattolici abbiamo il dovere di coltivare la speranza, che è innanzitutto una virtù teologale e che riguarda la certezza delle cose che ancora non vediamo: la vita eterna in primis.

 

 

Coltivare la speranza: ma come?

 

Facendo catechismo, molto concretamente attraverso il poderoso volume edito nel 1992 dalla Chiesa cattolica. In duemila anni di cristianesimo abbiamo avuto solo due catechismi universali: uno dopo il Concilio di Trento e uno dopo il Concilio Vaticano II, che per l’appunto è quello edito nel 1992 sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II. È un lavoro imponente, che riguarda tutti e certamente non solo i bambini. Lì c’è tanta Parola di Dio e dunque non è corretto tentare di contrapporre catechismo a Parola di Dio.

 

Speranza contro rassegnazione: che fare in concreto?

 

Non sono un Pastore della Chiesa e non ho la ricetta in tasca. Penso comunque che bisognerebbe trovare il coraggio di tornare a parlare delle verità fondamentali, quelle che una volta venivano chiamati i “Novissimi”: morte, giudizio, inferno, paradiso. Qualcosa che riguarda tutti e tutti i momenti della vita, ma di cui si preferisce - per una sorta di pudore - non parlare. Inoltre, dovremmo ricordare che il Regno di Dio non è di questo mondo, eppure comincia da questo mondo, con una speranza che riguarda anche le cose della terra. È per questo che la Chiesa, per esempio, promuove la sua dottrina sociale, perché un cambiamento possa incominciare già da questa terra, sforzandosi di creare strutture sociali e politiche migliori, per un mondo non utopistico, ma sicuramente meno brutto e più vivibile di quello attuale. Emblematico sul punto quello che diceva Sant’Agostino: prova ad immaginare un uomo che viva secondo i dieci comandamenti e trasportalo a livello sociale: non sarebbe bello viverci?

 

A tal proposito lei ha voluto richiamare il concetto di cristianità…

 

Sì. Una società conforme - o almeno più conforme - al piano di Dio e alla sua legge diventa, come ricordava San Giovanni Paolo II, automaticamente a misura d’uomo. Vede, la cristianità non serve ai santi o ai grandi eroi della Fede, che probabilmente non ne hanno bisogno. Ma serve ai più deboli, ai fragili del mondo, a tanti peccatori come noi, che proprio oggi necessitiamo di modi di vivere e conseguentemente di strutture sociali - anche molto terrene - che ci aiutino ad alzare la mente a Dio e che non ci spingano invece in un precipizio di ulteriore sofferenza. Ovviamente la cristianità non va imposta, ma non vedo perché autocensurarsi e neanche pensare di proporne la bellezza.

 

Il cammino sinodale può diventare una via per la speranza?

 

Certamente, a patto però che il nuovo ruolo dei laici non sia solo di supplenza lì dove vi siano eventuali carenze clericali. Vedo molto positivamente, per esempio, il ruolo proprio del laicato nel rilancio della dottrina sociale della Chiesa, come auspicato da Leone XIV.

 

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