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Alcuni toni presenti nel mondo cattolico fanno temere che l’importante discussione sul Codice di Camaldoli possa a volte nascondere la voglia di far rinascere la Democrazia Cristiana, tra le più longeve che la società italiana riesca a vantare.

 

 

 

Si assopisce e si risveglia con ritmi e modalità quasi incomprensibili, anche per le menti più esperte e navigate. Voglia di Dc come una sorta di influenza stagionale? O di seme benefico che nessuna esperienza riesce a sostituire? Grano buono o zizzania?

La Dc fu segnata, specie nei suoi primi decenni, dallo sforzo di elaborare una cultura religiosa e politica frutto di un’analisi concreta della società contemporanea; fu ispirata e vivificata dai valori cristiani. Il Codice di Camaldoli fu una pietra miliare in questo sforzo culturale e politico. Questa era la vera Dc. I padri della Dc, infatti, hanno sempre voluto un partito con giovani maturi moralmente, colti, preparati tecnicamente, dotati di mezzi idonei a una vasta diffusione culturale e opera politica. Era Murri, per esempio, a ricordare come l’impegno politico doveva essere il segno di un “ritorno a un concetto più cristiano della vita e dei suoi scopi, delle cose terrene e del loro valore di mezzi a un fine etico e spirituale, della carità intesa come principio fattivo di giustizia nei contratti, di assistenza reciproca nelle difficoltà della vita, di solidarietà fraterna ed illimitata” (Battaglie d’oggi). Mentre Aldo Moro, più tardi precisava: “Un partito cristiano - scriveva nel 1946 - che non abbia un autentico spirito d’amore, profonda comprensione, assoluta delicatezza non può rendere alcun servizio né alla patria, né alla causa cristiana”.

La fine della Dc, la complessità della storia che l’ha causata e quella che ne è seguita ci impongono di ripartire da due punti fermi che don Luigi Sturzo indicava, dal suo esilio, già nel 1936: “Ispirata alla scuola cristiano-sociale e dentro il quadro dell’etica cattolica (…). il primo problema di un partito di cattolici è quello di un disimpegno dalla gerarchia cattolica, nel senso dell’autonomia politica di partito il che era necessario da una parte e dall’altra per non coinvolgere nella responsabilità di un partito la Chiesa, né rendere menomata la personalità del partito di fronte agli altri partiti e al Governo. L’altro problema, connesso in sostanza col primo, riguardava le direttive sociali ed economiche; e sotto questo aspetto non poteva non avvenire una specificazione e divisione tra cattolici conservatori e cattolici democratici o sociali”.

Basandoci su questa lezione sturziana e seguendo il cammino storico e dottrinale si può affermare che oggi la questione di un nuovo partito dei cattolici è e deve essere superata; esprimo ovviamente personalissime considerazioni. “Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi”, scriveva Paolo VI già nel 1971. L’affermazione sintetica di Papa Montini si comprende più pienamente se si ricorda l’insegnamento del Vaticano II e, in materia di impegno politico, i suoi punti fondamentali. Prima di tutto la famosa precisazione: “La Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico” (Gaudium et Spes, poi GS, 76). L’affermazione conciliare pone fine a qualsiasi collateralismo fra comunità cristiana e partiti politici - vedi il caso Dc in Italia - proprio perché presenta con chiarezza l’autonomia della sfera temporale da quella religiosa, restituendo alla comunità cristiana il suo proprio ruolo di profezia e coscienza critica, il suo evangelico servizio nei confronti dei detentori del potere e dell’intera comunità civile. Tuttavia il collateralismo è duro a morire. A volte si ha l’impressione che rinasca in nuove forme: si pensi all’agire di alcuni movimenti e associazioni ecclesiali con prassi simili a quelle di lobby pronte a sacrificare tutto, persino l’integrità morale, pur di conseguire gli interessi prefissi. Per nessun motivo la comunità cristiana può perdere la libertà che le è propria, confondendosi con soggetti e progetti particolari. “Il crocifisso è una verità senza colore”, scriveva don Primo Mazzolari.

Consegue che l’impegno diretto in politica - cioè l’assunzione di cariche politiche e istituzionali - non spetta alla comunità cristiana, né ai pastori direttamente o per interposta persona, ma è, quindi, attività propria dei fedeli laici e questi lo fanno in proprio nome, come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana (GS, 76). Alla comunità intera spetta il compito di formare alla politica e ai pastori di essere guida in questa formazione, secondo i principi del magistero sociale. Bisogna riconoscere che spesso, eccessivamente concentrati sul problema della rappresentanza politica (questione Dc, ricomposizione dell’area cattolica, frantumazione in diversi partiti, creazione di associazioni di cattolici e cosi via), i cattolici non si sono interrogati abbastanza sulla coerenza di cattolici e comunità in rapporto alla realtà socio-politica. In particolare, non si è riflettuto abbastanza su quanta formazione cristiana, personale e comunitaria, ci sia sulle tematiche sociali e politiche e se questa sia adeguata per i nostri tempi.

In forza della loro fede e della formazione ricevuta sono tanti i laici cristiani che si impegnano in politica, a ogni livello istituzionale, vivendo una particolare vocazione: responsabilmente si dedicano al bene della cosa pubblica, il Concilio Vaticano II riserva loro la sua stima e la sua lode (GS, 75). Il riferimento assume ancor più valore nell’attuale contesto se si pensa al qualunquismo con cui si giudica la classe politica. Sono molti coloro che fanno di tutt’erba un fascio, non riconoscendo e apprezzando i politici coerenti e ispirati da grandi riferimenti etici e confortati da positivi e onesti risultati, cristiani e non. Per essi alla fatica dell’attività politica si aggiunge la scarsa o negativa considerazione dei cittadini e, in particolare, relativamente ai credenti, delle comunità cristiane, specie quelle di provenienza. Mi è capitato tantissime volte, sia in incontri personali che pubblici, di constatare il senso di solitudine e di isolamento provato da coloro che, nonostante tante difficoltà, continuano a impegnarsi in politica, ispirati dalla fede e con passione, rettitudine e competenza. Chi è veramente dedito al bene più grande va ringraziato privatamente e pubblicamente, con la stessa intensità con cui si è pronti a denigrare chi opera disonestamente in politica; in uno spirito fraterno va anche aiutato e sostenuto.

È il 30 aprile 2015 quando le agenzie di stampa riportano le parole di Papa Francesco, in un discorso a braccio nell’aula Paolo VI: “Si sente: ‘Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!’: quella non è la strada. La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. ‘No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici’: non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato (…) Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere”. È interessante notare come il Papa sposta l’attenzione dalla questione “partito cattolico” a quella dl “martirio quotidiano nel cercare il bene comune”.

L’affermazione del Papa si può interpretare come un invito a concentrarsi più su problemi di coerenza che di appartenenza. Non abbiamo bisogno di un partito cattolico, nuovo o rinato che sia, ma di chi sappia, attuare, pagare e soffrire per il bene comune. Al di là dei diversi schieramenti, i cattolici impegnati in politica sono tenuti, a qualsiasi livello istituzionale, ad incontrarsi, dialogare e operare per l’unità sui temi fondanti ed inderogabili. In questo tanto potrebbero fare le comunità cristiane, specie gli organismi diocesani, nel promuovere incontri di formazione e di confronto per tutti i cattolici impegnati in politica. Questi incontri possono aiutare anche a recuperare un clima di stima e rispetto reciproci.

Il collaborare, dei cattolici, con politici di sinistra o di destra o di altre formazioni, passa attraverso la loro accettazione del metodo democratico e del loro non coinvolgimento con estremismi populisti e/o totalitari. Per cui essere cattolici nel centrodestra, quanto esserlo nel centrosinistra, o altrove, ha la medesima responsabilità, richiede discernimento e prudenza. Tutte le collocazioni sono degne di rispetto, se vissute con coerenza morale e competenza professionale e per ambedue resta il dovere di testimoniare il regno di giustizia e di pace e ispirare la città umana a quella di Dio.

Lo stesso dicasi per il voto e per i rischi che ha di essere diretto a persone non degne. Il Concilio afferma: “Si ricordino perciò tutti i cittadini del diritto, che è anche dovere, di usare del proprio libero voto per la promozione del bene comune” (75). Perché venga promosso il bene comune è necessario e moralmente doveroso che si votino persone mature umanamente, coerenti eticamente e con una sufficiente competenza per svolgere il ruolo a cui si candidano. Queste sono le condizioni che rendono il nostro voto etico; sempre fermo restando un divieto: quello di collaborazione, promozione e partecipazione ai gruppi massonici.

Sono convinto che ci potrà essere una rinnovata stagione di impegno dei cattolici in politica solo se diocesi, parrocchie, associazioni e movimenti si impegneranno per una formazione seria e autentica. Ciò che scriveva Milani, in Esperienze pastorali, ha ancora un grande valore, prima di tutto per i nostri giovani: “Non vedremo sbocciare dei santi, finché noi ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale. Qualcosa, cioè, che sia al centro del momento storico che attraversiamo, al di fuori dell’angustia dell’io, al di sopra delle stupidaggini che vanno di moda”.

 

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