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Don Antonio Pellegrino, è risaputo, non era certo un uomo di poche parole. Ha voluto spesso condividere tanti episodi della sua vita, ed in questo giorno così triste è bello ricordare come nell’affidarsi a Maria ha saputo salire la strada stretta della vera felicità.

 

 

Trovandomi lontano dalla mia città ed impossibilitato a rendere l’ultimo omaggio ad uomo che ha saputo essere punto di riferimento per un’intera comunità ecclesiale e cittadina, in queste ore son passate nella mia mente scene per noi Trepuzzini molto comuni:  gli immancabili discorsi di don Antonio in tante cerimonie sacre e civili, quelle lunghe ed intense omelie che per decenni ha tenuto, quella compagnia cordiale, ilare e famigliare che non esitava a dare nelle case di quanti lo invitassero costantemente o occasionalmente per un pasto, una festa o un semplice caffè.

Egli amava raccontare non di rado esperienze o avvenimenti che avevano caratterizzato gli anni della sua vita, rendendo partecipe di quasi ogni accadimento l’uditorio più variegato, sia esso composto da centinaia di astanti o da qualche fortunato avventore. Una persona del genere così descritta potrebbe sembrare quasi egoriferita o addirittura autoreferenziale, ma trovandosi di fronte a questa personalità non credo che nessuno abbia mai provato un simile pensiero.

Dalla voce, dagli occhi, dalle gesta di questo sacro oratore traspariva un’aurea di misticismo che quasi rapivano gli ascoltatori: don Antonio non parlava di sé, parlava di come l’abbandono filiale alla volontà di Dio e la fiducia nella Divina Provvidenza potessero aiutare l’essere umano a vincere ogni paura e far superare ogni momento di crisi. Non era una grandezza umana che raccontava, era la grandezza di Dio creatore, redentore e salvatore che voleva far conoscere ad ogni uomo, donna, vecchio o bambino incrociati lungo il suo cammino. Nelle sue parole si percepiva la semplicità di un Dio che sapeva farsi presenza discreta ma sicura lungo l’arco della vita di ogni sua creatura, anche nella storia di un umile prete di provincia che ha vissuto tante esperienze di fede ma anche tante occasioni di difficoltà.

Proprio durante gli anni del seminario teologico avvenne una delle circostanze sulle quali spesso egli si soffermava nei suoi racconti. Bisogna premettere che, nei primi giorni del 1945, l’allora arciprete di Trepuzzi, don Antonio Salvatore De Luca dopo oltre un decennio lasciò la parrocchia e dismise l’abito talare. I giovani della città che in quel periodo andavano formandosi per il sacerdozio furono tutti colti da una profonda crisi vocazionale ed anche lui, il giovane Antonio Pellegrino, risentì in quel tempo risuonare dentro di sé profonde domande di senso. Nonostante le criticità economiche e sociali (l’Italia appena uscita dal conflitto e l’incertezza istituzionale) si unissero nel paese anche all’instabilità ecclesiale della cittadina, egli decise (e fu l’unico dei seminaristi trepuzzini) di continuare la sua preparazione al sacerdozio.

Tuttavia, questa non fu facile, perché solo dopo tempo, proprio tra le mura del “Pio XI” di Molfetta, il suo cammino rischiò seriamente di fermarsi per sempre. Durante una forte nevicata tanti seminaristi scesero nel chiostro per giocare e svagarsi. Durante l’ilarità del momento una palla di neve colpì il seminarista Pellegrino all’orecchio, facendogli perdere quasi l’uso dell’udito. Furono interpellati vari specialisti, raccontava don Antonio, ma la situazione non migliorò e tutto sembrava ormai perso non solo per le sue abilità sensoriali, ma anche per la sua formazione vocazionale. Ordinare un giovane seminarista che già a vent’anni presentava segni di disabilità specialmente nell’udito non era allora possibile, sarebbe stato un rischio specialmente per la validità del sacramento della confessione gli dissero i suoi superiori.

La crisi in cui entrò fu enorme, cosicché un giorno di maggio mentre recitava in solitudine il rosario per intero (15 misteri) nella cappella della Regina Apuliae fu colto da rabbia e guardando il volto della Vergine le domando ripetutamente il perché di vedersi negata l’aspirazione al sacerdozio e quale fosse il disegno che Dio aveva per la sua vita. Nella vivacità di quelle parole accadde quello che don Antonio chiamava amorevolmente il suo piccolo miracolo.

All’improvviso, raccontava, si senti come rapito misticamente da una forte luce e da una pace mai provata, ed all’improvviso il suo udito ricominciò a funzionare perfettamente. Quell’episodio rinsaldò fortemente il suo legame alla Madre del cielo, e con l’approvazione dei suoi superiori riprese gli studi teologici e tra il 1947 ed il 1949 ricevette tutti gli ordini minori. Ordinato diacono l’8 aprile 1950, attendeva di ricevere nell’estate la sacra ordinazione nel duomo di Lecce per le mani del vescovo Alberto Costa. Anche l’ordinazione presbiterale però ebbe degli imprevisti, la salute del presule crollò in quelle settimane ed il 2 agosto egli morì. Nell’incertezza della situazione fu deciso di tenere ugualmente le ordinazioni dei giovani diaconi leccesi, e spostata la cerimonia nella chiesa del monastero di San Giovanni Evangelista, don Antonio ed i suoi sei compagni, tutti ormai deceduti - don Federico De Pascalis, don Giovanni De Riccardis, don Marcello De Sariodon Vincenzo Lega, don Franco Mannarini e don Oronzo Marzo (altri tempi e altri numeri di chiamati al sacerdozio) - furono ordinati sacerdoti il 6 agosto dall'arcivescovo di Brindisi mons. Francesco De Filippis. Da quel giorno, per quasi tre quarti di secolo, noi credenti trepuzzini abbiamo beneficiato del dono grande che il Signore ha fatto alla Chiesa tramite questo suo umile servo, e vedere, sentire, toccare con mano come la santità si possa davvero raggiungere ogni giorno abbandonandosi nelle braccia materne di Maria ed essere così portati a Dio, “raccomandati” a Gesù come i presenti allo sposalizio di Cana.

… Con la promessa di continuare prima o poi a trascrivere ogni tuo racconto ed ogni episodio della tua vita che hai voluto condividere, grazie di tutto don Antonio. Dinanzi alla Vergine ora sarai assunto anche tu alla presenza di Dio, da lassù intercedi per ognuno di noi. Grazie di cuore, a Dio!

Ieri sera, la salma di don Antonio è stata accompagnata da una folla di fedeli (SOTTO LA GALLERY), dalla sua casa fino alla chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo dove sosterà oggi fino alle 15. Alle 16 la concelebrazione con il rito delle esequie presieduta dall’arcivescovo Michele Seccia.

 

 

 

 

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