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È un documento di grande rilevanza quello propostoci da Giovanna Ciampa. Si tratta di una breve relazione del 1846 intitolata Il 17 maggio nel solenne trasferimento della testa in legno di nostro santo dagli Angiolilli al duomo, firmata dal sacerdote Leonardo Di Giorgi.

Poche pagine ma capaci di gettare una nuova luce sul singolare culto del capo di Sant’Oronzo. Come abbiamo già scritto in passato, tale devozione si presenta come un fenomeno di religiosità popolare tipicamente leccese. Infatti, escluse Turi e Botrugno, essa risulta sconosciuta agli altri centri oronziani.

Accostandosi ad un tema del genere, è doveroso scongiurare in primo luogo il rischio di giudicare il tutto con facili pregiudizi. La devozione popolare, lungi dall’essere un coacervo di superstizioni come a volte si è creduto, è invece uno scrigno di fede e saggezza che cela al proprio interno anche perle di storia, di cultura, di antropologia, di psicologia. Il culto di una sacra testa non era ignoto, ad esempio, al paganesimo classico.

Il sofista Filostrato il vecchio (III sec.) ricorda come il capo di Orfeo, inchiodato alla sua cetra e gettato in mare dalle Baccanti, giunse presso l’isola di Lesbo e qui era venerato in una grotta ed aveva il potere di formulare oracoli. Le cose andavano diversamente nell’Antico Testamento, dove a cadere erano le teste di Golia ed Oloferne. Vere personificazioni del male, sconfitte da un ragazzo come Davide e da una fanciulla come Giuditta, proprio al fine di rendere nitida quanto manifesta la potenza divina.

Lo scenario muta però ancora e in modo radicale nell’agiografia cristiana. Il capo del Battista, messo su un piatto d’argento per ordine dell’iniquo Erode, è la più alta testimonianza che l’ultimo profeta offre al Messia. La testa decapitata di Paolo, lungo la Via Ostiense, sfiorando il terreno, fa sgorgare tre fontane e sparge latte anziché sangue: l’apostolo, come una madre, ha generato e nutrito spiritualmente la Roma cristiana.

Ad Otranto, le scimitarre turche mozzano il capo del Primaldo ma ecco che il corpo balza in piedi ed è impossibile ai carnefici farlo cadere.

Il culto leccese per la testa di Sant’Oronzo si inserisce, com’è ovvio, in tale filone, dove il macabro e l’orrore per una morte violenta sono surclassati da una luce di gloria. Il sangue effuso nel martirio rende eroi del cielo ed è simbolo di trionfo.

In quest’ottica di fede va dunque letto e valutato lo scritto del De Giorgi ma non vanno neppure dimenticate le circostanze storiche in cui esso fu composto. A colpire è in primis la data. È il maggio del 1846, un mese prima dell’inizio del tormentatissimo pontificato di Pio IX. Nel Regno delle Due Sicilie, come in tutta Europa, fermentano le idee che sarebbero poi esplose nei moti rivoluzionari del ʼ48. A Lecce è in corso l’episcopato di mons. Nicola Caputo che, salito sulla cattedra salentina nel 1819, dopo un ventennio di sede vacante, vi resterà così a lungo da assistere addirittura all’unificazione nazionale.

Personalità alquanto controversa, il Caputo. Figlio di una penitente di Sant’Alfonso de’ Liguori, membro dell’aristocrazia napoletana e però antiborbonico, sarà descritto dagli ambienti carbonari come un santo e dalle voci della reazione come un traditore. Probabilmente non fu del tutto né una cosa né l’altra, anche se appare innegabile una vicinanza coi primi. All’epoca di mons. Caputo, le teste dei reali di Francia (celebrati come martiri dal Papa Pio VI nell’allocuzione Quare Lacrymae) erano cadute da tempo e sul patibolo a volte ci finivano quelli come Montanari e Targhini. Fu dunque in una temperie del genere che a Lecce il culto per la testa di Sant’Oronzo, già attestato nel Settecento, raggiunse il suo vertice. Nella prossima puntata, esamineremo in maniera più specifica i contenuti dello scritto del De Giorgi.

 

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