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L’anima che si vede dagli occhi. Traspare dallo sguardo, che è vivo, Ed è gioioso. Se mi dovessero chiedere chi era Francesco Sala lo tratteggerei partendo proprio da quel suo viso.

 

 

 

E lo confesso subito: provavo quasi una sensazione di invidia. Invidia per un uomo che da oltre cinque anni era affetto dalla sclerosi laterale amiotrofica, una malattia che ti annienta gradualmente e ti uccide giorno dopo giorno, ma conservava una sorprendente serenità. E quando incrociavo lui e la sua storia, attraverso i suoi scritti, rimanevo appunto sempre sorpreso dalla forza di chi, immobile in un letto, tra fili e sensori, muoveva il suo mondo come fosse un supereroe.  

Francesco Sala era straordinario nel suo ordinario dolore. Lui, pur nell’instabilità, colonna portante di amore e di affetti. La famiglia innanzitutto, con Paola, e gli amici, tantissimi, che lo adoravano e lo coccolavano. E la fede, granitica e smisurata, da cui traeva quell’energia che per osmosi poi lui donava a chi gli era vicino.        

La Sla non perdona e non lo ha perdonato. Ma Francesco ha affrontato la malattia nel modo a lui più consono. Ha vissuto la sua condizione come una sfida giornaliera, da affrontare con coraggio e spirito di sopportazione, fino a stravolgere l’ordine naturale delle cose. Ha messo in atto una rivoluzione copernicana dei punti di riferimento convenzionali. Lo ha confidato nell’ultima intervista che gli ho fatto, solo qualche mese fa. Era rimasto colpito e molto dispiaciuto di fronte alla notizia, l’ennesima purtroppo, di una persona che ricercava il suicidio assistito perché rimasta tetraplegico, a 43anni. Francesco No. Francesco ricercava la vita perché amava la vita. Perfino quella sua vita.

“Di fronte alla malattia -disse in quella circostanza- ho trovato il vero senso della vita. In Dio e con Dio che è vita e che è risurrezione”.

Oggi non ha vinto la morte. Oggi ha vinto Francesco, che è ha sperato in quel Dio supremo che lo risusciterà nell’ultimo giorno.      

 

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