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Prosegue il cammino della Riforma liturgica nella fedeltà al Concilio Ecumenico Vaticano II. E' solo in questo orizzonte che dobbiamo felicemente salutare quanto ha fatto notizia dal comunicato finale della 72esima assemblea generale della CEI, svoltasi a Roma nei giorni scorsi (12-15 novembre 2018).

Dell’approvazione cioè della nuova traduzione della preghiera del Padre Nostro e dell’inno liturgico del Gloria. Non si tratta però, come un po’ affrettatamente si è sentito dire nei media, di un cambio della preghiera del Padre Nostro e dell’inno del Gloria, ma della necessaria revisione della loro traduzione, già presente nell’edizione della Bibbia in lingua italiana, pubblicata a cura della Cei, in vigore dal 2008. Questa edizione (che ha sostituito quella del 1974) si era resa necessaria dopo la pubblicazione da parte della Sede Apostolica della Nova Vulgata Bibliorum Sacrorum (1986), quale edizione typica altera per tutta la liturgia cattolica. A partire da questa edizione appunto, dovevano essere riviste tutte le traduzioni in lingua corrente.

Così, la revisione della traduzione italiana della Bibbia è entrata nella concomitante traduzione italiana della III edizione del Messale Romano (avviata dal 2002) di prossima pubblicazione.

Pertanto, nella liturgia, particolarmente nell’Eucaristia domenicale, all’inizio dell’inno del Gloria, impareremo tutti a dire non più: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà…, maagli uomini amati dal Signore,  sottolineando meglio l’azione divina a favore degli uomini.

E, nella preghiera del Padre Nostro non diremo più: ...e non ci indurre in tentazione, ma non abbandonarci alla tentazione, fugando così la possibilità di intendere che la tentazione al male possa essere opera di Dio.

Dobbiamo subito dire che ogni traduzione della Bibbia, per quanto sempre opportuna in vista della migliore comunicazione e della più facile ricezione culturale del suo messaggio, può limitare la ricchezza del testo originale. Tuttavia saranno sempre necessarie nuove traduzioni o revisioni di queste, perché le generazioni dei credenti possano recepire al meglio, in ogni contesto culturale e in ogni lingua, il dono di salvezza della Parola contenuta nelle Sacre Scritture.

Il dono della nuova traduzione sarà meglio accolto e compreso nella programmata riconsegna ai fedeli del Messale Romano nella III edizione italiana che vuole contribuire al rinnovamento della comunità ecclesiale nel solco della riforma liturgica, con un sussidio che rilanci l’impegno della pastorale liturgica (dal comunicato finale).

Si riparte così dal Concilio, segnatamente dalla Sacrosanctum Concilium nella quale leggiamo:“Massima è l’importanza della Sacra scrittura nel celebrare la liturgia. Da essa infatti vengono tratte le letture da spiegare nell’omelia e i salmi da cantare; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preci, le orazioni e gli inni liturgici, e da essa prendono significato le azioni e i segni. Perciò, allo scopo di favorire la riforma, il progresso e l’adattamento della sacra liturgia, è necessario che venga promossa quella soave e viva conoscenza della Sacra scrittura…” (SC, 24).

Proprio quello che si intende fare anche nella nuova edizione del Messale Romano. Ed è quanto si auspica per ogni comunità cristiana e per ciascun fedele nel momento culminante e fontale della vita della Chiesa (cfr SC, 10).

Attraverso i gesti e le preghiere (cfr SC, 48) della celebrazione liturgica infatti, la Parola e lo Spirito plasmano i fedeli alla perfetta unione e ad esprimere nella vita quanto hanno ricevuto con la fede (SC, 10).

Non si tratta quindi solo di un aggiornamento di un testo liturgico, ma della possibilità ordinaria di un rinnovamento di vita delle comunità ecclesiali e del contesto sociale nel quale esse vivono.

 

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