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Dio si è fatto uomo. Questa bella notizia, quasi come un lampo nella notte, squarcia i cieli e le vite di chi seppur immerso in una società materialista, è attratto dal trascendente.

Da duemila anni l’Incarnazione di Cristo chiede all’uomo di schierarsi, di scegliere da che parte stare. 

Filosofi, percorrendo strade razionali, hanno cercato di raggiungere il Trascendente; scienziati, scrutando e analizzando la natura hanno cercato di risalire a chi sta sopra questo straordinario disegno matematico; poeti e letterati, con la loro penna, hanno provato a mettere per iscritto il Verbo; politici, in continua campagna elettorale, hanno cercato di far rientrare colui che è al di sopra di tutti, nelle proprie adunanze politiche.

Allo stesso tempo Filosofi hanno cercato di dimostrare l’assenza del Trascendente; scienziati hanno affermato come tutto sia frutto del Big Bang; poeti e letterati hanno scritto dell’uomo, solo dell’uomo; politici, alla continua ricerca di una fantasiosa laicità, hanno escluso Dio dalle loro ideologie.

In tutto questo però la notizia dell’Infinito incarnato irrompe, sempre come un lampo, e dividere l’esistenza terrena. È sconvolgente: l’uomo continua a disperdersi nei pensieri del suo cuore (cfr. Lc 1,41) e Dio sceglie di abbassarsi, di svuotarsi e assumere la condizione dell’uomo stesso (cfr. Fil 2,7), e mentre la creatura è ancora lì a discutere dell’esistenza del Creatore e cerca come poterlo incontrare, è lo stesso Creatore che sceglie di scendere, di diventare Immanente e in questa sua scelta innalza l’uomo fino a fargli assumere la condizione di figlio adottivo ed istaura la politica dell’amore, del dono di sé. Il Verbo, quindi, diviene carne (cfr. Gv 1,14), la Parola diviene viva, carne da toccare e addirittura “da mangiare” (cfr. Mt 26,26).

Sì, questa bella notizia è realmente sconvolgente, non si può restare indifferenti, o la si accetta o la si rifiuta e l’indifferentismo che attanaglia questo mondo globalizzato (Papa Francesco la chiamerebbe “globalizzazione dell’indifferenza”) è il nuovo modo per lavarsi le mani (cfr. Mt 27,24) su Dio e sull’uomo stesso, relegato nelle periferie della solitudine, della sofferenza, dell’inquinamento e dell’inutilità.

Quant’è difficile accogliere un Dio che si incarna nella povertà, nell’indigenza, in quella condizione che la società evoluta del terzo millennio cerca di allontanare perché inammissibile. Il crocifisso e il presepe divengono perciò ancora segni di scandalo e stoltezza per alcuni, sapienza per altri (cfr. 1Cor 1, 23-24).

Il Natale, dopo la prima venuta di Cristo sulla terra, a duemila anni di distanza, entra ancora nella storia dell’umanità. Dio in Cristo si immerge nella vita di chi sceglie di accoglierlo, facendone suo figlio e suo erede (cfr. Rm 8,17), di amarlo per congiungerlo a Lui nella vita divina, non a tempo determinato ma totalmente indeterminato. Un amore gratuito, fedele, totale, che rende capaci di amore e donazione.

Il Natale è la distanza che va tra le mani di due braccia aperte, quelle del Bambino di Betlemme e quelle dell’uomo del Golgota. In quella distanza è racchiusa la salvezza dell’umanità di tuti i tempi.

 

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