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“La verità vi farà liberi e la libertà vi renderà veri”. Aldo Moro e i cattolici italiani nella ricostruzione democratica d’Italia è il titolo della tesi di laurea  triennale in Scienze Religiose di Simone Pezzuto, giovane studente di Trepuzzi dell’Issrm ‘Don Tonino Bello’ di Lecce. Relatore Michele Carriero o.f.m., docente di Storia della Chiesa.

Nell’estratto dell’elaborato un focus sulla formazione giovanile di Aldo Moro nella terra del Salento, con particolare attenzione al suo impegno nelle associazioni cattoliche. Un modo per conoscerlo ancora più da vicino e  per mantenere viva la memoria della sua testimonianza.

Il padre, Renato, nativo di Ugento, era un ispettore scolastico, portato quindi a continui trasferimenti, fino alla promozione ultima, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, a ispettore centrale e dirigente del ministero della Pubblica Istruzione.

La madre, Fida Stinchi, era un’insegnate calabrese, e conobbe con il futuro marito proprio durante l’esperienza cosentina di quest’ultimo. Donna religiosa viveva la sua fede, come la maggior parte delle donne meridionali del tempo, di una spiritualità e devozione sincere, vissute tra il focolare famigliare e la messa quotidiana, ma lontana dall’impegno o dall’attivismo dei movimenti laicali cattolici che proprio negli anni a cavallo tra XIX e XX secolo andavano via via formandosi.

È questa la realtà religiosa che respira Aldo negli anni della sua infanzia e della sua adolescenza, insieme al fratello maggiore Alberto e ai più piccoli Salvatore, Maria Rosaria e Alfredo.

Aldo ed il fratello Alberto si iscrissero nel 1927 al circolo giovanile cattolico “San Francesco d’Assisi” presso il convento dei Frati Minori. Adorazioni eucaristiche, ritiri spirituali, settimane liturgiche, conferenze mensili dal tema socio-religioso erano punti fondamentali della vita dei giovani associati, insieme ad una crescente sensibilità verso la vita nelle missioni e il magistero del papa.

All’interno del circolo in quegli anni nacquero i “Gruppi del vangelo”, nei quali ci si riuniva – anche nelle private abitazioni - per leggere il testo sacro, commentarlo a turni e discuterne comunitariamente, e il “gruppo eucaristico”.

Queste esperienze, specie quella esegetica, contribuirono non poco, come ricorderà il figlio di Moro, Renato, nella sua formazione spirituale. Aldo Moro nei primi anni partecipa alla vita associazionistica tra le fila degli aspiranti (tra essi vincerà nel 1928 la gara catechistica tra tutti i circoli cattolici cittadini, ricevendo un premio di dieci lire), e poco dopo il suo ingresso fra gli attivi, nell’autunno del 1930 viene eletto segretario del circolo.

Negli anni della segreteria accade uno dei fatti più rilevanti per la Società della Gioventù Cattolica Italiana, alla quale anche il circolo San Francesco era aggregato. Nel marzo del 1931 i sindacati fascisti accusarono la Sgci, chiamata già in quegli anni, anche se non ufficialmente, Azione Cattolica, di occuparsi di tematiche politico-sociali dalle quali invece avrebbe dovuto tenersi lontana.

Iniziarono così a scatenarsi varie polemiche, tali che il governo italiano stesso coinvolse direttamente la Santa Sede. Pio XI non si tenne fuori, ma anzi in aprile più volte intervenne pubblicamente in difesa dell’operato e del lavoro delle organizzazioni cattoliche sociali e Mussolini il 29 maggio dette ordine di far chiudere tutte le associazioni cattoliche.

Nei circoli cattolici di un’Italia non più ufficialmente ostile alle istituzioni ecclesiastiche, ma che le privava della loro funzione educativa, inizia il lungo cammino del giovane Aldo Moro nelle sedi rappresentative. Nel biennio 1932-1933 egli, insieme al fratello Alberto, è membro del consiglio di presidenza della Federazione diocesana della Gioventù Cattolica di Taranto; nel luglio 1932 fu nominato dapprima segretario della Scuola di Apostolato poi delegato diocesano per gli aspiranti; alla fine del ’32 il fratello Alberto venne nominato segretario e lui vicesegretario.

Quella che in questi anni si venne a formare, tra l’esperienza famigliare e quella associativa, fu una personalità profondamente segnata dall’esperienza religiosa. Quella richiesta di Gesù di essere sale della terra e luce del mondo è ben impressa nell’esperienza di un giovanissimo Aldo Moro, che vede quindi nella testimonianza di vita un primordiale impegno di carità e un’importante forma di evangelizzazione.

Nel periodico mensile delle Federazioni Diocesane della Gioventù Cattolica Italiana, appena nominato delegato diocesano nell’estate del ‘32 egli scrive: «Ricordatevi sempre che tutti vi guardano, che ogni vostra azione può fare un gran bene come un gran male per tante anime, Allora tutti i vostri atti saranno intonati a una buona linea di condotta. Così non sarà necessario guardare il vostro distintivo per vedere che siete dei bravi e buoni aspiranti della G.C.I.».

Se l’esperienza esegetica ha accompagnato gli anni dell’associazionismo tarantino, difficilmente egli non si sarà trovato a leggere il passo evangelico di Matteo; essere sale della terra e luce del mondo era per Moro una missione già chiara nella sua fanciullezza.

Il sale non serve a se stesso, ma dà sapore ai cibi su cui viene sparso; la luce a nulla servirebbe se venisse coperta, ma splendendo illumina ciò che la circonda. Non si può affermare con certezza che egli scrivendo questi articoli per i giovani aspiranti suoi coetanei abbia voluto questo parallelismo, ma possiamo certo dire che egli era ben coscio dell’impegno che un buon cristiano deve assumere nella società, forse vedeva intorno a lui in quel periodo che era necessario formare una gioventù dagli alti valori cristiani e morali, perché così come aveva richiesto ai suoi Gesù Cristo  gli uomini ‘vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli’.