Non ha deluso le attese l’appuntamento conclusivo di “Koinè del Mediterraneo”, dal titolo “Comunione. Alle radici dell’umano”, svoltosi lunedì scorso presso l’aula magna dell’Istituto superiore di scienze religiose metropolitano (Issrm) “don Tonino Bello”.

Sotto la guida del moderatore prof don Antonio Bergamo, direttore e docente dello stesso Istituto, dopo il saluto iniziale di don Carlo Santoro, direttore dell’Ufficio regionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, i lavori sono stati introdotti dal prof. Fra Emmanuel Albano (Op), coordinatore dell’Istituto ecumenico patristico “San Nicola” di Bari, il quale, nel ricordare quando Papa Francesco nel 2018 volle riunire tutte le chiese cristiane proprio a Bari, città di San Nicola, ha affermato che “come Papa Francesco ha detto, la teologia non può più fare teologia da sola, ma deve incontrare le altre discipline ed entrare nella vita quotidiana.
È stata, dunque, la volta dell’ospite d’onore dell’incontro, il prof. Adriano Fabris, punto di riferimento nel panorama filosofico nazionale e non solo. Il suo intervento - come ha detto anche il prof. Bergamo – è stata la degna conclusione di questo ciclo di incontri, con una serie incredibile di spunti di riflessione, al punto che diviene assai difficile, per chi scrive, tentare una sia pur breve sintesi. Il professore ha esordito indicando due percorsi seguendo i quali si è cercato di comprendere come uscire dalla delicata situazione nella quale ci troviamo a vivere oggi; e dunque, in primo luogo occorre capire meglio e bene lo scenario in cui ci troviamo a vivere oggi; in secondo luogo, è necessario capire come lo viviamo da cristiani per decidere cosa fare e come farlo.
“Viviamo una crisi che attraversa non solo le nostre comunità - ha detto -, ma attraversa noi stessi come cristiani. Crisi della fede (ambito personale) e crisi della religione (ambito pubblico); entrambe in crisi. Prevale oggi una religione fai da te. Non si appartiene più a forme tradizionali, ma “si sceglie di appartenere”. Scelta individuale spesso legata ad un impulso, ad una emozione contingente. A volte è l’individuo che decide i contenuti della propria religione, come se si trovasse in un “supermercato della religione”. Un individuo che vive questa situazione e ne è succube - ha proseguito il professore -, diviene un individuo “fragile”.
Al giorno d’oggi si scambia il “credere” con “l’avere una propria opinione”, facendo spesso dipendere la fede da questa o quella data opinione. Il tutto reso ancor più incerto dal fatto di vivere nell’epoca della “disintermediazione”. Non c’è chi media. La Chiesa, invece, è proprio la realtà deputata a mediare”.
Ancora, “sembra che le opere (il fare, l’agire) prendano il sopravvento sulla fede. Ma il cristiano sa che le opere senza la ispirazione e la motivazione della fede non sono nulla”. Parlando, poi, di un altro motivo che rende problematica una vera testimonianza della nostra fede, il professore afferma che “questo è da rintracciarsi nel meccanismo dei social; bisogna distinguere tra relazione e connessione. Le relazioni sono quelle fisiche, faccia a faccia. Le connessioni, invece, rischiano di creare Comunità “disincarnate”.
Di fronte, quindi, ad una realtà complicata e siffatta, l’interrogativo che Fabris pone è il seguente: come si esce da questa delicata situazione? Egli individua due ambiti: quello antropologico, e quello della prospettiva interreligiosa del Mediterraneo. Riguardo al primo (l’ambito antropologico), si parte dalla domanda sul “Chi siamo noi?”. Aristotele dice che l’essere umano è un animale però dotato di logos, ed in quanto tale, è capace di parlare e fare calcoli e, di conseguenza, capace di fare comunità. Il nostro essere comunità dipende dal logos, dall’idea del comunicare. Ma occorre fare attenzione a non fermarsi solo ad un concetto di comunicazione come mera e semplice trasmissione di dati tra emittente e ricevente; se seguiamo questo concetto di comunicazione, emerge una comunità che “scambia” informazioni ed è quello su cui si basa il capitalismo. Ma noi sappiamo che esiste un’altra idea di comunicazione; ovvero, quella che avviene in presenza e nella quale si condivide qualcosa che ognuno immette e dona all’altro nella comunicazione. E questa idea altra, e che siamo chiamati a scegliere, è il “dialogo”.
Ed è a questo punto che il professore innesta il tema del dialogo nel Mediterraneo. “Di certo - afferma -, dialogo inteso non come uniformità o l’uniformarsi, ma come relazione ed esaltazione delle diversità di coloro che dialogano. Chi dialoga in modo vero non pretende di avere di fronte uno specchio consenziente; come in più occasioni ebbe a dire Papa Francesco, si esce fuori di sé per entrare in contatto con il diverso, per crescere insieme nelle diversità. In questo modo, ciascuno può scoprirsi sinergico, empatico e simbiotico con chi ha altre idee ed anche altre fedi. L’unica regola - ha concluso Fabris - è la reciproca apertura all’altro che sconfigge la paura dell’altro”.
L’incontro ha visto la partecipazione attiva del pubblico, sia in presenza che in collegamento on-line, con diversi interrogativi posti ai relatori, segno tangibile della buona riuscita dell’appuntamento.
Photogallery di Arturo Caprioli.

