Che cosa significa, oggi, parlare di Mediterraneo, inteso non semplicemente come spazio geografico, ma come luogo teologico di incontro, relazione e scambio culturale e umano?

 

 

 

 

A questo interrogativo hanno provato a dare risposta, guidando i presenti in un’intensa riflessione, due voci di primo piano del panorama teologico e filosofico italiano, i docenti Vincenzo Di Pilato e Giuseppina De Simone, intervenuti nel quarto incontro del corso di aggiornamento ecumenico “Koinè del Mediterraneo” (LEGGI) svoltosi ieri presso l’Istituto superiore di scienze religiose metropolitano “don Tonino Bello” di Lecce. A moderare l’incontro è stata la prof.ssa Giovanna Rossella Schirone, docente presso lo stesso Istituto e vicedirettrice dell’Ufficio per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti dell’arcidiocesi di Otranto.

Nel suo intervento introduttivo, il prof. Di Pilato ha ricostruito l’origine e il significato del termine Mediterraneum, evidenziando come questo esso sia stato usato per la prima volta da Isidoro di Siviglia, vescovo e dottore della Chiesa, nel VII secolo, epoca segnata dal tramonto del grande Impero Romano. Con la caduta di Roma, infatti, viene meno anche la concezione romanocentrica e imperialista del Mare Nostrum per lasciare spazio ad una nuova visione, quella di “mare tra le terre”, discrimen tra i popoli ma anche luogo di incontro, mosaico di commerci e migrazioni.

Si tratta di un cambio di prospettiva radicale, che Di Pilato ha definito profondamente cristiano: il Mediterraneo come “tra”, spazio di pluralità e relazione, chiamato ad essere abitato non più secondo la logica possessiva dell’imperium ma secondo quella dell’emporium, divenendo così “baricentro mobile al servizio delle membra”.

Questa vocazione, però, oggi sembra drammaticamente tradita: da culla di civiltà, il Mediterraneo rischia di diventare tomba, come ha più volte denunciato Papa Francesco, definendolo “il più grande cimitero d’Europa”. Emblematica, in questo senso, la metafora proposta dallo storico Claudio Fogu, in uno studio sulla costruzione dell’identità italiana nel contesto dell’immaginario mediterraneo: la rete da pesca e la ragnatela. Esse rappresentano due antropologie opposte, una centripeta e appropriativa (la ragnatela), l’altra aperta e donativa (la rete), due modi di abitare il mare e la storia che configurano l’identità italiana, spesso oscillante tra la vocazione mediterranea e lo sguardo rivolto altrove.

Se, dunque, l’intervento del prof. Di Pilato ha tracciato le coordinate storiche e simboliche del Mediterraneo come “mare tra le terre”, la relazione della prof.ssa De Simone ha spostato la riflessione su un piano più propriamente teologico ed esistenziale, mettendo in risalto l’importanza della dimensione contestuale della teologia, così come indicato nella Veritatis gaudium di Papa Francesco.

“La fede - ha sottolineato - non è sospesa per aria. La fede è dentro il tempo e i luoghi che abitiamo ed è chiamata a farsi realtà viva, lievito e fermento della storia”. In questo senso, il Mediterraneo, definito da Papa Francesco “mare del meticciato”, nel suo modo di essere spazio tra le terre, luogo di scambio e contaminazione reciproca, rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere il senso dell’umano alla luce del Vangelo. Le tragedie contemporanee e le ferite del Mediterraneo sono così “segni dei tempi” da interpretare con gli occhi della fede e della teologia, per interrogarsi sul tipo di umanità che stiamo costruendo.

Il Mediterraneo si configura dunque come luogo teologico perché, pur nella sua vocazione tradita, continua a parlare e consente di comprendere in modo nuovo il Vangelo, illuminando il senso dell’umano come relazione. Inteso come “tra”, il Mediterraneo diviene spazio intermedio, non luogo da presidiare ma confine da attraversare, che pone l’uno di fronte all’altro, rendendo possibile il riconoscimento reciproco.

La prof.ssa De Simone ha infine ribadito che fare teologia dal Mediterraneo significa assumere una responsabilità storica, costruendo una teologia “per strada”, che sia capace di parlare all’intera famiglia umana e, soprattutto, di restare in ascolto della Parola, dei vissuti, delle domande e delle ferite della gente, senza rinunciare al suo rigore scientifico. Una teologia chiamata a proporre un’altra narrazione del Mediterraneo: non quella della paura e della chiusura, ma quella della fraternità possibile, dell’armonia delle differenze, della comunione come rete aperta.

La serata ha offerto ai presenti, e a quanti erano collegati in streaming da tutta la Puglia, una autentica provocazione culturale e spirituale che sintetizza il senso del Manifesto per la teologia del Mediterraneo: occorre essere mediterranei nel pensiero, nella fede, nella politica, nelle relazioni; costituire reti - e non ragnatele - di istituzioni e persone che cercano di recuperare quella visione cristiana e umana, ormai smarrita, capace di fare del “tra” non una debolezza ma una risorsa generativa per il nostro tempo.

 

 

Photogallery di Arturo Caprioli.

 

 

 

 

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