Ieri mattina, nella cattedrale di Lecce gremita come nei giorni di festa, la comunità di Monteroni e l’intera diocesi di Lecce hanno vissuto uno di quei giorni che restano nel cuore.

 

 

Don Enrico De Leo, 25 anni, della parrocchia Maria SS.ma Ausiliatrice in Monteroni, è diventato presbitero per l'imposizione delle mani e la preghiera consacratoria dell'arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta.

È il primo sacerdote ordinato dal mons. Panzetta nella Chiesa di Lecce ed anche il primo prete millennials della diocesi. Ma è anche un ritorno alla gioia per Monteroni che attendeva questo momento da trent'anni, dall'ultima ordinazione di un giovane monteronese: era, infatti, il 1996 quando divenne sacerdote don Elio Quarta. Don Enrico è così il secondo sacerdote espresso dall'Ausiliatrice, dopo don Adolfo Putignano, ordinato nel 1972.

Ha presieduto la solenne concelebrazione, trasmessa in diretta da Portalecce Tv (RIVEDI)  hanno concelebrato con l’arcivescovo di Lecce, mons. Michele Di Tolve, vescovo ausiliare di Roma e rettore del Seminario Romano Maggiore dove Enrico ha studiato e si è formato, l'arcivescovo emerito mons. Michele Seccia, il vicario generale don Vito Caputo e il ministro provinciale dei Frati Minori del Salento Fra' Massimo Tunno, insieme a tantissimi presbiteri della diocesi.

Il servizio all'altare è stato curato dai seminaristi della diocesi guidati da don Mattia Murra, maestro delle celebrazioni liturgiche episcopali, coadiuvato da don Francesco Pesimena e da don Alberto Taurino. I canti del coro diocesano Exulta et lauda diretto da Ines Gravili e l'organo di Carlo Chirizzi hanno accompagnato una liturgia composta e commossa.

Tanta gente, tanti giovani, gli amici e i compagni seminaristi venuti da Roma, la famiglia di Enrico con gli occhi lucidi, il presbiterio pieno e tutta Monteroni presente, riunita e stretta intorno come si addice ad un figlio amato. Tanti anche i momenti di grande commozione che hanno accompagnato il rito di ordinazione.

Ha toccato nel profondo l'omelia dell'arcivescovo (IL TESTO INTEGRALE), che ha parlato ad Enrico come un padre parla a un figlio.

Una omelia intensa e programmatica quella dell'arcivescovo Panzetta, che ha preso spunto dalla seconda lettura scelta dallo stesso ordinando, tratta dalla Lettera ai Romani: "Mi è stata data la grazia da Dio per essere ministro di Cristo Gesù".

"Quello a cui stiamo partecipando è un evento nello Spirito", ha esordito Panzetta. "L'unzione dello Spirito interverrà in maniera decisa nella vita di Enrico. Gli conferirà un sigillo spirituale indelebile, iscritto nella sua anima, che lo configurerà a Cristo Buon Pastore".

Richiamando il Decreto conciliare Presbyterorum Ordinis, il presule ha ricordato che "il ministero apostolico, il ministero sacerdotale non sono il punto di arrivo di una brillante carriera accademica spirituale, sono innanzitutto un dono che viene dall'alto" e "una grazia per chi lo riceve perché egli la possa far diventare una grazia per tutto il popolo di Dio".

Al centro dell'omelia, il significato di "ministro di Cristo", che nel testo originale paolino è liturgo: "Il presbitero non celebra solo i divini misteri quando è sull'altare - ha spiegato l'arcivescovo - ma egli celebra continuamente perché tutto il servizio di un presbitero ha una valenza di lode nei confronti di Dio. È una liturgia, il ministero in mezzo alla gente".

E ha aggiunto: "Se c'è una specificità del nostro presbiterio è proprio questa: abbiamo la tradizione di essere presbiteri in mezzo alla gente. I nostri presbiteri non vivono segregati, sono dentro il vissuto delle persone, si sporcano le mani con la vita concreta delle persone".

Poi i due pericoli indicati come avvertimenti per il giovane sacerdote con affetto paterno. Il primo è l'orgoglio: "Dovrai stare lontano dall'orgoglio, perdere di vista la consapevolezza che tutto è grazia", ha detto Panzetta citando Bernanos: "Tutto è grazia nella sua vita, tutto è stato dato dal Signore". E ancora, rivolto direttamente a don Enrico: "Tutto è grazia, mai montarsi la testa, mai diventare orgogliosi, mai sentirsi superiori, mai cadere in quel clericalismo arrogante che ci fa sentire un gradino sopra gli altri. Noi siamo servitori ai quali è stata dato il dono di essere strumenti vivi nelle mani del Signore".

Il secondo pericolo è il legalismo: "Gesù si arrabbia nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato. È un rischio questo aggrapparsi alla sicurezza delle norme e non tener conto delle persone. Non dobbiamo mai diventare legalisti perché la norma non è il valore, è una mediazione del valore nella storia. Però - ha precisato - non dobbiamo nemmeno diventare anarchici, perché fanno danni anche i presbiteri anarchici. In mezzo c'è il discernimento".

Bella e significativa, infine, la riflessione sull'immagine scelta da don Enrico per la locandina dell'ordinazione, una striscia rappresentata sul soffitto della cattedrale in una tela dell'Ultima Cena con Giovanni appoggiato sul petto di Gesù e Giuda con lo sguardo altrove: "In quella locandina ci sono due modi di vivere il ministero: uno con lo sguardo fisso su Gesù, anzi con la testa appoggiata sul petto di Gesù, che è l'anima di ogni apostolato e l'altro di chi non guarda più Gesù. Io so già da che parte vuoi stare. Sappiamo tutti la bellezza di poter rimanere come ministri di Dio aggrappati all'amore, al cuore del Signore, sentire il battito del suo cuore, sentire la sua compassione per tutte le persone". 

 "L'augurio - ha concluso il pastore - è proprio questo: di essere un prete avvinghiato a Gesù con il cuore spalancato nei confronti di ogni essere dal volto umano che incontrerai nel tuo cammino".

Don Enrico presiederà la sua prima messa solenne oggi, domenica 7 settembre alle 19, in Piazza Candido a Monteroni, davanti alla chiesa parrocchiale di Maria SS.ma Ausiliatrice. Proprio lì dove è stato battezzato e dove è nata la sua vocazione.

  

Racconto per immagini di Arturo Caprioli



 

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