È calato il sipario sui festeggiamenti in onore dei santi patroni della città e della Chiesa di Lecce, Oronzo, Giusto e Fortunato ed è calato con una solenne concelebrazione eucaristica presieduta ieri sera nella chiesa cattedrale dall'arcivescovo metropolita di Lecce, mons. Angelo Raffaele Panzetta nella memoria liturgica di Santa Monica.

Hanno concelebrato con il pastore, il vicario generale don Vito Caputo e due sacerdoti della diocesi di Crotone-Santa Severina (la prima diocesi che ha guidato il vescovo Panzetta) giunti a Lecce per porgere gli auguri nel sessantesimo compleanno dell’arcivescovo. Il servizio all’altare è stato prestato dai seminaristi teologi leccesi guidati, per l’occasione, dal segretario particolare dell’arcivescovo don Andrea Gelardo.
La celebrazione di ieri è stata occasione propizia per elevare l'inno di ringraziamento e di lode per un tempo che spiritualmente ha portato numerosi benefici a tutta la comunità diocesana leccese.
Densa, dunque, l’omelia del presule (IL TESTO INTEGRALE) che ha ripercorso il tempo della Undena non quale insieme di giorni che, scorrendo, hanno avvicinato Lecce e la comunità diocesana al giorno della festa quanto come ad un itinerario che ha permesso ad ogni credente di vivere un autentico kairòs, un tempo propizio per riflettere sulla santità e per guardare ad essa come alla meta di ogni battezzato.
Così Panzetta: “Il tempo che abbiamo vissuto di preparazione alla festa dei nostri santi patroni è stato un tempo, un'occasione di grazia per noi, per la nostra Chiesa diocesana e per questo insieme ringraziamo oggi il Signore per il dono della santità e per la santità attuale dei nostri patroni- Pur essendo. Infatti. collocati dentro i primi decenni del movimento cristiano, il loro insegnamento contiene un'attualità che li rende molto vicini alla nostra vita”.
Nella celebrazione di ieri, poi, si sono intrecciati due modi differenti di declinare la santità: quella eroica di Oronzo, Giusto e Fortunato che hanno vissuto l’amicizia col Signore fino al dono supremo di sé e quella di Monica, intessuta di ferialità che ha pregato e atteso per la conversione del figlio Agostino.
Due percorsi singolari ma un’unica meta: dare al Signore non gli scampoli o i rimasugli della propria esistenza ma tutta la propria vita.
Bella, a questo proposito, l’applicazione dell’arcivescovo di Lecce: “Noi, nella festa dei santi patroni abbiamo parlato della santità come testimonianza: essi si sono giocata la vita per il Signore; Santa Monica, invece, ci presenta una santità più feriale perché si tratta di una donna che ha sposato un pagano e che con tanta pazienza l'ha portato alla fede; ha avuto un figlio, Agostino, che ha educato nella pedagogia cristiana che però ha vissuto con grande leggerezza la sua giovinezza e che comunque ha accompagnato con la sua preghiera e soprattutto con le sue lacrime; ha dovuto aspettare sedici anni prima che Agostino a Milano incontrando Sant'Ambrogio potesse fare il passo decisivo per essere battezzato. […] Mentre i nostri santi patroni hanno dato la vita per il Signore, Monica ha vissuto per il Signore, è come se queste due vie ci venissero questa sera presentate per dirci che si può dare la vita per il Signore, come l'hanno fatto i martiri; si può dare la vita vivendo per il Signore, dentro le responsabilità familiari, dentro i compiti educativi che tutti abbiamo. Insomma, in tutte le vocazioni è possibile realizzare un percorso di santità”.
E per non correre in una direzione che non è quella che la Chiesa consegna ai suoi figli, Panzetta ha attinto dalla Parola del giorno il contesto nel quale si riceve il seme per una vita santa: non le opere eclatanti ma il Battesimo, luogo teologico nel quale il credente viene santificato e gli vengono forniti gli strumenti per camminare in una esistenza interamente votata al Signore.
“ La santità - prosegue l’arcivescovo Panzetta - è innanzitutto grazia, lo è stato nei Santi Oronzo, Giusto, Fortunato; lo è stato in Santa Monica; lo è stato in Agostino; lo è stato per noi il giorno in cui i nostri genitori ci hanno portati al fonte battesimale; siamo stati immersi nella morte e nella risurrezione del Signore, siamo stati immersi nella santità di Dio, il nostro essere è stato completamente ripieno della santità di Dio e per questo abbiamo la responsabilità di vivere esplicitando la santità iscritta nel nostro essere nella santità della vita: questo Oronzo, Giusto, Fortunato lo hanno fatto; questo, Monica l'ha fatto; Agostino l'ha fatto e dobbiamo farlo anche noi perché questa è la nostra vocazione”.
Il segreto è contenuto nel brano evangelico di San Matteo ed è condensato nella capacità che l’uomo di fede deve avere di non vivere narcotizzando, ripiegando la sua esistenza su ciò che è effimero bensì attendendo con vigilanza e servizio l’avvento del Signore, quello che nella parusìa (la venuta gloriosa alla consumazione della storia, ndr) sarà il premio promesso a chi ha servito fedelmente Cristo Gesù.
Conclude Panzetta: “Ma come si fa a rimanere svegli? Qual è il segreto di chi tiene gli occhi aperti in attesa del ritorno del Signore? Il segreto è il servizio; non ci si addormenta quando si aspetta il Signore servendolo; il servizio è il miglior modo per aspettare il Signore, non si aspetta il Signore a braccia conserte; non si aspetta il Signore sonnecchiando nella mediocrità e nella superficialità […] Così hanno fatto i nostri Santi, così dobbiamo fare anche noi”.
Numerosi, allora, gli spunti di riflessione, unico l'obiettivo: portare la Chiesa di Lecce di cui l'arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta è pastore e padre, a compiere un passo decisivo e consapevole verso il Signore, meta e segreto della vita di ogni battezzato.

