In una cattedrale gremita all’inverosimile, come si addice ad una grande occasione di festa, ieri sera, solennità dei Santi Oronzo, Giusto e Fortunato, patroni della città e della Chiesa leccese, ha presieduto la solenne celebrazione eucaristica l'arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, trasmessa in diretta da Portalecce Tv (RIVEDI).

 

 

 

Hanno concelebrato il vicario generale don Vito Caputo, il ministro provinciale dei Frati Minori del Salento, Fra Massimo Tunno, i vicari episcopali mons. Antonio Montanaro e mons. Vincenzo Marinaci, oltre ai numerosi presbiteri della diocesi. Il servizio liturgico è stato curato dai seminaristi della diocesi, guidato dal maestro delle celebrazioni liturgiche episcopali don Mattia Murra. I canti sono stati eseguiti dal coro diocesano “Exulta et lauda”, diretto dal maestro Ines Gravili, all'organo il maestro Carlo Chirizzi.

All'inizio della celebrazione ha preso la parola lo stesso don Vito Caputo, parroco della cattedrale e vicario generale che, a nome di tutto il presbiterio e della comunità diocesana, ha rivolto all'arcivescovo il saluto augurale per il sessantesimo compleanno (LEGGI aggiungere link altro articolo), ricordando come “in questo 26 agosto la Divina Provvidenza intrecci mirabilmente la memoria grata delle nostre radici di fede con la lode per il dono della sua vita”. Sottolineando come la comunità ecclesiale e civile, non solo celebra i testimoni della prima ora che hanno bagnato di santità la terra salentina, ma loda e ringrazia il Signore per il traguardo luminoso del sessantesimo compleanno del pastore diocesano, e che “vedere la sua storia personale legarsi così intimamente nella data di nascita alla solennità dei santi patroni conferma che nulla è un caso agli occhi di Dio, ma tutto è disegno di amore e di grazia”.

Nella sua omelia (IL TESTO INTEGRALE) l'arcivescovo ha voluto riflettere sulla parola ascoltata. Richiamando la prima lettura tratta dal libro del Siracide, dove si parla di uomini illustri che "hanno lasciato una preziosa eredità", si è chiesto "qual è l'eredità che i nostri santi ci hanno consegnato". Ha risposto che "la prima eredità che ci hanno lasciato consiste nel fatto che, guardando le loro vite, noi abbiamo di fronte degli uomini completamente trasfigurati dal Vangelo e dall'incontro con il Signore Gesù".

"Ecco il primo grande messaggio che loro ci danno - ha sottolineato il presule - accostandoci al Vangelo, accostandoci dentro la Chiesa alla grazia di Cristo, si può cambiare, si può voltare pagina, si può diventare creature nuove". Oronzo, Giusto e Fortunato, ha ricordato, "erano pagani e sono diventati cristiani" e "non hanno cambiato cose periferiche, ma hanno sostituito i punti di riferimento fondamentali della loro vita". Lo hanno fatto "non in un tempo in cui il cristianesimo aveva una qualche plausibilità sociale", quando "andavano incontro all'ignoto, dovevano remare contro in tutti i contesti della loro vita", eppure "hanno abbandonato le certezze del mondo pagano per avventurarsi nella luce radiosa di quello che il Vangelo ha promesso loro". Prima avevano spiegato e sostenuto le proprie convinzioni personali, dopo "sono diventati annunciatori del Vangelo e hanno insegnato il Vangelo non solo nella libertà ma anche nella costrizione, quando parlare del Signore Gesù metteva a rischio la vita". E se prima consideravano la vita fisica il bene fondamentale, dopo "hanno capito che ci sono dei valori così grandi da essere più importanti della stessa vita fisica", tanto che "hanno donato la vita pur di non abbandonare la fede, hanno donato la loro esistenza, hanno perso la testa per il Signore".

Da qui una convinzione che l'arcivescovo ha voluto consegnare a tutti: "Non è vero che siamo sempre uguali, non è vero che le persone non possano cambiare, non è vero che le persone non possano rinascere, non è vero che chi ha sbagliato rimane sempre nel suo limite. Le persone possono cambiare, possono diventare creature nuove".

Alla domanda su cosa abbia prodotto questo cambiamento, ha indicato due leve presenti nella Parola. La prima è che "l'amicizia di Cristo è l'ambiente vitale in cui maturano i veri cambiamenti delle persone" e "il contesto vitale e il nucleo incandescente in cui le persone diventano creature nuove". Gesù stesso dice "non vi ho chiamato solamente servi" perché "essere servi di Dio è una cosa importante" ma "io sono venuto per farvi fare un salto di qualità dal servizio all'amicizia". Ha spiegato che "l'amicizia è un amore di mutua benevolenza, l'amicizia richiede simmetria" e che "il fatto che lui sia diventato un essere umano come noi, l'umanazione di Dio, ha reso possibile l'amicizia con lui". In questa amicizia Gesù si è giocato totalmente dicendo "non c'è amore più grande di chi dà la vita per gli amici" e così "il dono della vita che loro hanno compiuto nella luce del Vangelo appare una scelta di amicizia" e "il martirio è la consumazione di un'amicizia totale, radicale, per il Signore".

La seconda leva, ha aggiunto, "è l'amore per Dio Padre, l'amore per chi ci ha generato". Nella seconda lettura c'è il fondamento vero dell'amore cristiano, perché "l'amore cristiano non è la semplice fraternità della Rivoluzione Francese" ma "è amare l'altro perché figlio di Dio come me" e "io amo l'altro in Dio e per amore di Dio". I nostri patroni, ha detto, "hanno sperimentato la bellezza di poter dire a Dio, Padre e di poter dire all'altro, fratello" e ogni essere dal volto umano può essere riconosciuto come creatura del Signore.

Mons. Panzetta, ha, infine, concluso chiedendo che "il percorso salvifico compiuto dai nostri patroni sia anche il nostro", perché "anche noi, come Oronzo, Giusto e Fortunato, vogliamo lasciare che Dio trasfiguri la nostra vita" e "vogliamo vivere l'amicizia con il Signore Gesù".

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

 

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