“Il giorno di Sant’Oronzo compirò 60 anni, renderò lode a Dio degli anni di vita che mi ha dato e soprattutto lo ringrazierò per l'opportunità straordinaria che mi sta dando di servire questa Chiesa in questo momento della storia”.

Così, ringraziando per gli auguri anticipati, si è conclusa l’intervista rilasciata ieri sera dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, al termine della processione in onore dei Santi Oronzo, Giusto e Fortunato e dopo aver pronunciato il tradizionale Messaggio alla città. Con lui abbiamo approfondito alcuni dei temi trattati nel suo intervento in Piazza Duomo.
Eccellenza, il primo pensiero, in questi giorni di festa, va ai leccesi fuorisede che per motivi diversi non possono vivere da vicina il clima di gioia di questa felice ricorrenza…
Sì, la benedizione di Dio e la benedizione dei santi non conoscono i confini geografici, dunque raggiungono gli abitanti della città di Lecce e, più ampiamente, della nostra diocesi che si trovano in ogni parte del mondo. Grazie ai media, poi loro ci seguono e noi seguiamo loro. Questa sera abbiamo pregato anche per loro perché ci sentiamo un'unica squadra. Restando legati ai valori della fede e della genuina tradizione, loro non perderanno la “salentinità” e la “leccesità” che è un surplus della loro umanità perché è un'umanità abitata dai grandi valori che abbiamo ricevuto dai nostri Padri.
Nel forte Messaggio che ha rivolto alla città, lei ha fatto un'analisi di quella che è la situazione della società di oggi: la crisi, l'anoressia spirituale. C'è veramente bisogno di riflettere su questi temi?
L'uomo non ha bisogno solo di strumenti per vivere, l'uomo ha bisogno soprattutto di significati. Purtroppo, nel nostro mondo rischiano proprio i significati a venire meno, anche nella pedagogia, nell'impegno educativo delle famiglie. È bene che noi veicoliamo competenze con le quali procurarsi una vita dignitosa, ma noi adulti dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni i valori che rendono la vita bella e degna di essere vissuta. I nostri patroni martiri hanno fatto questo con noi e noi abbiamo la responsabilità di mantenere viva questa catena educativa e quindi di portare alle nuove generazioni il bello della vita, semplice, vissuta nell'ordinarietà in modo straordinario, proprio come hanno fatto i nostri santi.
Eccellenza, lei nel Messaggio ha parlato di come sia importante capire che la santità è nei gesti semplici. Spesso si immagina che la santità sia nella perfezione, nell’esperienza di chi fa miracoli. Invece, lei ci ha ricordato che è santo chi è capace di rendere straordinario l'ordinario. Quanto è difficile parlo comprendere agli uomini e alle donne del nostro tempo e ai giovani che spesso si sentono distanti da queste figure antiche dei santi.
Sì, in effetti bisognerebbe recuperare il grande insegnamento di Papa Francesco che ha parlato spesso di “santi della porta accanto”: ce ne sono tanti nelle nostre parrocchie, nelle nostre chiese, ma anche sui posti di lavoro, nelle scuole. Ci sono tante persone che vivono la vita provando a sintonizzarsi continuamente ai desideri di Dio. Quanta gente semplice che incontro anche nelle nostre piazze me lo dice; “io cerco di fare quello che piace a Dio e di rimanere lontano da ciò che a Lui dispiace”. E queste regole semplici in realtà sono come la trama e l'ordito di vite straordinarie che non saranno mai canonizzate, non andranno mai sugli altari, ma lasceranno una scia luminosa che ha una grande fecondità sociale, ecclesiale, molto importante. Dunque, la santità è per tutti, è una vocazione universale. Ognuno di noi, a partire dalla sua umanità, anche dalle sue ferite, dalle fatiche con le quali combatte ogni giorno, può provare, con la grazia di Dio, a vivere, l'ordinario in modo straordinario. E l'ordinario diventa straordinario se irrorato dalla luce del Vangelo.

