A Mileto, dove la nave ha fatto sosta durante il viaggio verso Gerusalemme, Paolo saluta gli anziani di Efeso sapendo che non li rivedrà più.

 

 

Non lascia loro un bilancio della propria opera, non elenca risultati, non rivendica meriti. Dice soltanto di non tenere in alcun conto la propria vita, pur di portare a termine la corsa e il servizio ricevuto: “testificari evangelium gratiae Dei”, “testimoniare il vangelo della grazia di Dio” (At 20,24). È un discorso di congedo, ma non di bilancio. È, semmai, l'opposto del bilancio, piuttosto la confessione che ciò che conta non si misura, non si verifica, non si mette in tabella.

A un anno dall'insediamento del nostro arcivescovo (LEGGI), che ha scelto proprio questo versetto come motto del proprio ministero, vale la pena fermarsi non tanto a commentare un anno di attività quanto a lasciarsi interrogare dalla tensione che il motto episcopale stesso porta in sé. Quella tra testificari e gratia, tra l'atto del testimoniare e l'oggetto, la grazia, che di quell'atto è insieme la sorgente e l'eccedenza.

 

TESTIMONIARE, NON DIMOSTRARE

C'è una differenza radicale, spesso dimenticata, tra testimoniare e dimostrare. Chi dimostra costruisce un argomento che si regge sulla propria coerenza interna, e può, in linea di principio, farlo restando fuori dalla partita. La dimostrazione non richiede che il dimostratore vi metta la vita. Chi testimonia, al contrario, non può restare fuori ma la testimonianza è credibile solo nella misura in cui chi la offre vi si espone, vi rischia qualcosa di sé. È la struttura stessa del testimoniare di cui ha scritto ad esempio il filosofo Lévinas. L'infinito non si dimostra, si attesta e si attesta non attraverso un enunciato che lo contiene, ma attraverso la traccia che lascia in un soggetto reso responsabile, esposto, "accusato" ancor prima di aver potuto scegliere.

Paolo a Mileto non lascia un resoconto della propria opera. Dichiara di non fare "alcun conto della propria vita", ed è precisamente in questo scarto, in questo rifiuto di trattare la propria esistenza come qualcosa da preservare e mettere al sicuro, che consiste la testimonianza. Ogni servizio ecclesiale, come un ministero episcopale o ogni forma con cui una comunità si mette a servizio del Vangelo corre il rischio silenzioso di lasciare, col tempo, che il fare prenda il posto del dire: che l'attività, per quanto buona, finisca per sostituire nella coscienza di chi la svolge la domanda più radicale ovvero "sto ancora testimoniando qualcosa che mi eccede, o mi sto solo tenendo occupato?". Sono due domande diverse, e chi le confonde smarrisce, senza saperlo, il centro di ciò che fa. Si può essere solidissimi in ogni cosa visibile e tuttavia non essere trasparenza della forza della grazia che si manifesta proprio nelle condizioni di massima vulnerabilità. Si può, viceversa, essere fragili in molte cose e restare, nella sostanza più profonda, un luogo autentico di testimonianza. La distinzione non è indifferente, ed è bene che ogni realtà ecclesiale - grande o piccola - la tenga presente, prima che la sola inerzia delle proprie strutture la ponga per lei.

 

L'ECCEDENZA DEL DONO

Ma il motto non si ferma a testificari. Il vangelo che si testimonia è specificamente evangelium gratiae (il vangelo della grazia), descrivendo un secondo movimento, altrettanto decisivo. La grazia, per definizione teologica elementare eppure sempre da riscoprire, è ciò che precede ogni merito e ogni conquista. Non la si raggiunge percorrendo una distanza, la si riceve come si riceve la luce, prima ancora di aver aperto gli occhi.

Questo ha una densità che tocca il cuore stesso della fede. Nella vita intratrinitaria nessuna delle tre divine Persone possiede la relazione come un attributo separabile da sé, ciascuna Persona è la relazione che la costituisce. Il Padre non "ha" un rapporto col Figlio che si potrebbe isolare e considerare a parte, il Padre è Padre solo in quel medesimo generare che lo costituisce tale. Allo stesso modo la grazia non è una sostanza “trasportabile” da un luogo all'altro, un possesso che si accumula o si esaurisce, è relazione pura che si dà, e che proprio nel darsi eccede ogni tentativo di trattenerla, catalogarla, farne oggetto stabile nelle nostre mani. È una forza di vita e di comunione.

 

UN CRITERIO, NON SOLO UN RICORDO

A un anno dall'insediamento, non si tratta quindi di ripercorrere cronologicamente un cammino, quanto lasciare che la domanda che esso porta con sé continui silenziosamente a interrogarci: restiamo, prima di ogni altra cosa, capaci di rischiare qualcosa di noi stessi per l’Altro - come Paolo sulla spiaggia di Mileto - o rischiamo, col tempo e magari in perfetta buona fede, di scambiare i mezzi per il fine a cui dovrebbero condurre?

Sia chiaro: non è una domanda retorica, ed è bene che resti aperta. Un anno di episcopato sotto il segno di testificari evangelium gratiae è, in questo senso, non tanto un traguardo da festeggiare quanto un criterio da custodire, quello di chi ha scelto, fin dal primo giorno, di non fare alcun conto della propria vita pur di portare a termine la corsa.

 

 

 

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