La comunità diocesana di Lecce ha celebrato nella serata di ieri la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo.

 

 

La solenne concelebrazione eucaristica in cattedrale, presieduta dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, ha aperto la festa diocesana del Corpus Domini, seguita dalla tradizionale processione che ha attraversato le vie del centro storico fino alla benedizione eucaristica finale. L’intera celebrazione è stata trasmessa in diretta su Portalecce e Tele Dehon (RIVEDI), offrendo a tutta la comunità, agli ammalati, agli anziani e a quanti lontani da casa… la possibilità di unirsi spiritualmente alla celebrazione.

La solennità assumeva quest’anno un significato profondo per la Chiesa di Lecce: ricorrono, infatti, i settant’anni dal Congresso Eucaristico Nazionale del 1956, quando il capoluogo salentino divenne per una settimana città-altare e capitale eucaristica d’Italia. Un’eredità che la diocesi ha voluto richiamare con forza: “quest'anno abbiamo voluto dare una peculiare tonalità diocesana a questa festa perché abbiamo la gioia di ricordare i settant’anni del Congresso Eucaristico nazionale che si è celebrato nella nostra città. Festeggiamo il fatto che riconosciamo nell'intuizione di quel Congresso delle verità che possono ancora orientare la nostra esistenza”, ha ricordato mons. Panzetta nella sua omelia (IL TESTO INTEGRALE).

Il presule ha definito il Corpus Domini “la festa dello stupore eucaristico”, una solennità nata per manifestare pubblicamente la fede della comunità in un tempo segnato da dubbi sulla reale presenza di Gesù Cristo nell’Eucarestia: “Quel pane, quel sangue sono il segno reale della presenza del Signore in mezzo al suo popolo”. Uno stupore che oggi si rinnova non davanti a eresie dottrinali, ma davanti al rischio di “eresie spirituali e morali”, cioè di una vita non trasfigurata dall’incontro con Cristo.

Proprio da questa consapevolezza è scaturita la sua esortazione: “L’Eucaristia - ha spiegato l’arcivescovo - non può restare confinata all’altare ma chiede di diventare forma dell’esistenza, l'Eucaristia ci chiede di diventare Eucaristia cioè, ostia gradita a Dio. L'Eucaristia ci chiede di essere una Chiesa missionaria, una sana inquietudine perché quei tutti a cui Gesù ha pensato possono essere raggiunti dal Vangelo”. Una responsabilità che si traduce in comunione, servizio, testimonianza e liturgia vissuta anche fuori dalle mura del tempio.

Lungo il percorso processionale, la città ha rinnovato la sua fede eucaristica come nel lontano ’56. Il Santissimo, accompagnato dai numerosi fedeli nel tragitto che si è snodato lungo tutto il centro storico cittadino, tra canti e preghiere, è tornato a sostare davanti alle case, ai luoghi di lavoro, alle fragilità della città, a significare che l’Eucaristia è “Sacramentum unitatis et vinculum caritatis”, sacramento dell’unità e vincolo di carità.

A settant’anni di distanza, la memoria del Congresso non è archeologia spirituale, ma sorgente viva per il presente. La “città-altare” di oggi è chiamata, come allora, a custodire l’unità ricevuta in dono e a farsi coraggiosa nel testimoniare il Vangelo. “Quel Congresso - ha incalzato Panzetta - ci dice che dobbiamo trovare la nostra unità nel mistero dell'Eucaristia, che l'unità è una grande responsabilità che dobbiamo custodire e promuovere e ci chiede anche di essere coraggiosi come i nostri padri lo sono stati”. È questo l’impegno che la comunità diocesana porta con sé al termine della solennità, perché la luce dell’Eucaristia continui a illuminare e a ravvivare la vita di ciascuno.

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

 

 

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