Con la "Cena del Signore" anche l'arcivescovo metropolita di Lecce, Angelo Raffaele Panzetta ha inaugurato il Triduo Santo.

 

 

La solenne concelebrazione presieduta nella chiesa cattedrale, centro della vita liturgica diocesana, è stata animata dalla corale diretta dal maestro Tonio Calabrese.

Il servizio liturgico è stato prestato dai seminaristi del seminario maggiore guidati dal segretario particolare dell'arcivescovo don Andrea Gelardo. Hanno concelebrato con l’arcivescovo, i canonici don Antonio Montinaro, don Nicola Macculi e don Vito Caputo.

L'Eucaristia e il servizio sono i due grandi fuochi su cui il presule ha costruito la sua omelia (IL TESTO INTEGRALE) divenuta, per quanti l'hanno accolta con cuore docile, un autentico vademecum per vivere compiutamente e concretamente il Giovedì Santo.

Ciò che contraddistingue il cristiano è la sua capacità di coltivare lo stupore eucaristico che parte dal guardare alla Eucaristia come ad un dono che il Signore fa alla vita del credente che, spesso, può cadere nella tentazione di ritenerla come qualcosa dj abitudinario, di scontato, davanti a cui non ci si commuove.

Bella, a questo proposito, la “sferzata” dell'arcivescovo di Lecce: "Questa giornata nell'anno liturgico insieme al Corpus Domini costituisce un'occasione splendida per rendere lode a Dio del grande dono che ci ha fatto nel sacramento dell'Eucaristia. Dicevo ieri sera parlando ai presbiteri che ci sono dei doni che abbiamo sempre tra le mani e proprio per questo non li apprezziamo più. Siccome l'Eucaristia è celebrata tutti i giorni nelle nostre comunità, ce l'abbiamo a disposizione a due passi da casa. È sempre disponibile questo dono. Gratuitamente. Corriamo il rischio di non apprezzarlo debitamente".

Tuttavia, seppur con animo meravigliato, esiste una latente tentazione nell'accostarsi al mistero eucaristico: ritenerlo qualcosa di stantìo, di accaduto nella vita di Gesù. Nel pensiero di Panzetta, allora, vivere l'evento celebrativo significa renderlo presente, renderlo attuale, tradurlo in termini vicini all'uomo.

Lo sottolinea con veemenza il pastore leccese: "Quando si celebra la Pasqua, quando si vive questo momento celebrativo, quando si fa esperienza della celebrazione pasquale… non solo si ricorda quello che Dio ha fatto quando ha aperto la strada alla libertà del suo popolo ma che si attualizza ora l'evento celebrato".

"L'Eucaristia - continua - è sacramento della Pasqua del Signore e quando si celebra l'Eucaristia, come stiamo facendo noi in questo momento, non solo ricordiamo la morte di Gesù e la sua risurrezione ma attualizziamo qui e ora l'evento ricordato, esso si rende presente qui e ora. Quando si celebra l'Eucaristia, fratelli e sorelle, noi siamo sotto la croce del Signore, quando si celebra l'Eucaristia stiamo davanti alla tomba spalancata del Signore, quando si celebra l'Eucaristia, come Tommaso, mettiamo il dito nel fianco del Risorto: che meraviglia, che dono grande".

Perché ci possa essere vera e reale Eucaristia, occorre conservare lo stile comunionale che essa promana. La seconda lettura del giorno, infatti, attraverso l'opera dell'apostolo Paolo (1Co 11, 23-26) presenta, agli uditori, una esperienza che si viveva a Corinto quando si assisteva ad una differenza netta tra poveri-lavoratori e ricchi: questi ultimi, dunque, sedendosi a banchettare in modo lauto non tenevano in debita considerazione i poveri lavoratori che giungendo stanchi dalle loro mansioni.

 Al dir del presule leccese, allora, quando accade ciò non si può celebrare l'Eucaristia con le dovute disposizioni. Prosegue Panzetta: "Nella comunità, se l'Eucaristia è preceduta da uno stile di vita in cui manca la comunione, non è vera l'Eucaristia; se c'è un vissuto pre-eucaristico che non è segnato dall'amore, dalla comunione dalla solidarietà, se c'è un vissuto pre-eucaristico segnato dal giudizio e dalla divisione… quella non è più la cena del Signore".

"L'Eucaristia - ha affermato il pastore leccese - è il sacramento in cui Gesù ha preso il suo corpo e ha detto ‘prendetelo, è la mia vita per voi’, è il sacramento della comunione, è il sacramento della condivisione, è il sacramento del dono di sé; l'Eucaristia è incompatibile con l'egoismo, l'Eucaristia è incompatibile con la vergogna dei poveri nella comunità, l'Eucaristia è incompatibile con il sentirsi migliore degli altri, l'Eucaristia è il sacramento della fraternità, è il sacramento dell'amore".

Nel Vangelo (Gv 13,1-15), poi, compare la seconda grande tematica, quella del servizio, che San Giovanni commenta quasi al rallentatore perché desidera mettere il lettore a parte di ogni gesto. Tra questi, il togliersi la veste da parte di Gesù non vuol dire perdere la dignità che l'abito significava, ma imparare che amare vuol dire servire, chinarsi sull'altro per farlo sentire accolto, redento, ricreato.

Conclude Panzetta: "San Giovanni ci vuole far capire che Gesù non ha perso la dignità servendo. Anche noi, come Gesù, quando ci chiniamo per lavare i piedi degli altri, quando ci mettiamo a disposizione nel servizio, non la perdiamo la dignità; il servizio fatto per amore costituisce, invece, l’epifania di una persona: se vuoi vedere la dignità di una persona, vedi quanto sa servire; se vuoi pesare la ricchezza dell'interiorità, la regalità di una persona, la dignità la devi vedere mentre serve".

Un Giovedì Santo, allora, che è dono e impegno, memoria e stile di vita: ad ogni battezzato, dunque, la capacità di saperlo vivere non come cose da fare ma quale incontro con Cristo fonte e culmine della vita di ogni innamorato di lui.

Oggi, Venerdì Santo giornata di digiuno e astinenza, alle 18 l'arcivescovo presiederà l’Azione liturgica nella Passione del Signore. Alle 19.45, infine, dalla chiesa di Santa Teresa, organizzata dall’Arciconfraternita di Gesù agonizzante e dei Santi Medici, si snoderà la processione del Cristo Morto e della Desolata con la partecipazione del pastore (LEGGI).

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

 

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