Ogni padre di famiglia che si rispetti, alla vigilia di importanti appuntamenti, ha sempre da dare consigli preziosi ai figli.

 

 

 

 

È con lo stesso spirito e con tanta paternità che l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta è voluto entrare nelle case e nei cuori di ogni fedele della sua grande famiglia, la Chiesa di Lecce, attraverso Portalecce (GUARDA) e lo ha fatto anche oggi, Mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima che egli ha definito “un giorno speciale all'interno dell'anno liturgico, un tempo di grazia”.

Egli stesso, stasera, 18 febbraio, alle 18,30, presiederà l’Eucarestia in cattedrale con il Rito dell’imposizione delle ceneri.

A ben vedere quello di oggi non è stato solo il commento al vangelo di inizio Quaresima (solitamente offre il commento al vangelo della domenica), ma anche un vero e proprio vademecum, un corollario di atteggiamenti attinti dal brano dell’evangelista Matteo (6,1-6.16-18) che possano aiutare ogni discepolo del Signore a vivere i quaranta giorni come un esodo spirituale in grado di farlo giungere, con animo ben disposto, alla celebrazione della Pasqua, centro di tutto l’anno liturgico.

Nel cammino di fede, ogni credente, è chiamato a rifuggire il pericolo della pubblicità, quello cioè, che lo porta a compiere delle azioni che sono continua ostentazione di sé e non un autentico rimando a Colui che è l’origine di un itinerario spirituale, Cristo Gesù: questo modo di essere e di porsi non ha delle ricadute serie e rilevanti in ordine alla salvezza nella storia del battezzato.

Così Panzetta: “Gesù parla ai suoi discepoli, a tutti noi, e ci mette in guardia da un pericolo presente nella vita religiosa, nella vita spirituale, nella nostra esperienza di cammino nella Chiesa, che è quella dell'ipocrisia, quello di vivere l'esperienza religiosa per farsi vedere dagli altri. Tutto diventa un gesto teatrale, il centro dell'attenzione non è Dio, ma il proprio Io che si fa vedere dagli altri. Gesù all'inizio del brano ce lo dice con chiarezza: un'esperienza religiosa, posta in essere per farsi vedere dagli altri, per fare una bella figura davanti agli altri, non è un'esperienza di salvezza, non ha ricompensa, cioè non ha una ricaduta salvifica dentro la nostra vita”.

Il tempo quaresimale, per essere vissuto nella sua pienezza, presenta ad ogni cristiano tre direttrici in grado di portarlo a fare esperienza di appartenenza al Signore non superficiale ma profonda, perché insieme di azioni che ha vissuto radicalmente il maestro Gesù, il Rabbi, colui al quale tutti i cristiani possono/devono guardare per vivere una vita piena e autentica: elemosina, preghiera e digiuno.

Panzetta ha focalizzato lo sguardo su Gesù che, partendo dall'elemosina, afferma come quando essa è compiuta nel luogo del culto, la sinagoga, quindi nel contesto ecclesiale o per le strade, ed è fatta con l’intento di apparire, di suscitare ammirazione negli altri a motivo della ostentata generosità, allora perde la sua valenza profonda.

Essa, di contro, è un prendere parte alle sofferenze del fratello o della sorella nella fede che vivono il dramma della povertà e che, nell’attenzione dell’altro, scorgono la vicinanza del Signore che cura, guarisce e ristora.

Ancora l’arcivescovo di Lecce: “L'elemosina dal punto di vista religioso, umano, è un gesto di solidarietà, di empatia, di vicinanza con chi è nel bisogno, ma è anche un gesto di giustizia, perché l'altro è un essere umano come me, i beni che Dio ha pensato sono destinati a tutti gli uomini, quindi, è un gesto di condivisione e di giustizia”.

Con la stessa enfasi e con il medesimo tratto pastorale, il presule leccese ha analizzato la preghiera nella sua natura di evento che scandisce la relazione che si instaura tra Dio e l’uomo: se è vero che pregare è essere ammessi al cospetto del Santo per eccellenza, è altrettanto vero che nella vita spirituale esiste un serio rischio, quello di confondere il centro della stessa, non Dio ma il proprio Io.

Tanto nella preghiera singola quanto in quella corale il cuore ha bisogno di incontrare Dio, di sintonizzarsi con lui per vivere una vera esperienza nuziale.

Belle le parole del pastore della Chiesa di Lecce: “Gesù dice che ci sono alcuni che pregano nelle sinagoghe o nelle piazze e lo fanno in modo ostentato, perché siano riconosciuti come uomini che hanno un rapporto serio con Dio, ma se si prega per farsi vedere, l'intenzionalità della preghiera non è più Dio, ma è il proprio io, perché la preghiera è fatta per incontrare Dio. […] Per questo Gesù ricorda che la preghiera autentica è un incontro personalissimo con il Signore. Anche nella preghiera comunitaria c’è bisogno che il nostro cuore sia a tu per tu con Dio: la finalità della preghiera, dunque, è incontrare Dio all'interno di una comunità di fratelli, non incontrare il proprio io e nemmeno incontrare l'approvazione degli altri”.

Stesso discorso lo si può fare, analogamente, per il digiuno: la finalità del digiunare è meramente ascetico-spirituale e dice il desiderio dell’orante di svuotarsi di sé per vivere di Dio, per dire che il centro del proprio vivere è Dio.

Chi, tuttavia, digiuna con il semplice piglio di farlo divenire un gesto eroico o in grado di orientare l’attenzione su di sé piuttosto che sul Signore, ne svilisce la portata.

Ancora Panzetta: “Gesù dice che ci sono alcuni che quando digiunano, camminando per le strade, assumono un'aria malinconica per far vedere che digiunano. Anche in questo caso il gesto religioso del digiuno perde il suo significato, perché il digiuno ha una valenza religiosa, ha una finalità religiosa: il digiuno serve per favorire l'ascolto di Dio, il primato di Dio; il digiuno serve per maturare una libertà nei confronti dei beni della terra, il digiuno serve per favorire la condivisione, l'aiuto nei confronti di chi è nel bisogno; quando si digiuna per farsi vedere è chiaro che ancora una volta la finalità è il proprio io, non è né Dio né i fratelli e anche in questo caso il gesto apparentemente religioso del digiuno non ha niente di religioso, diventa un gesto di egoismo”.

Qual è, dunque, la consegna che la Chiesa fa ad ogni suo figlio all'inizio del tempo della Quaresima? Il primo insegnamento è l’attenzione all’egoismo: bisogna ridimensionare, nella propria vita, le pretese del proprio Ego. Un conto è il legittimo desiderio di essere riconosciuti, di essere apprezzati, di essere stimati, ben diverso è il fare le cose solo per essere visti dagli altri.

La seconda consegna per vivere un autentico cammino quaresimale viene proprio dai tre aspetti ricordati da Gesù (elemosina, preghiera e il digiuno) tratti che chiamano in causa tre dimensioni della vita e che sono il rapporto personale con Dio, la capacità di condivisione con i fratelli, il rapporto con le cose e con i beni della terra: “Le cose e i beni della terra sono strumenti, non possono diventare Dio nella nostra vita”.

“Vivere bene il tempo della Quaresima - conclude il pastore - significherà per noi rimettere ordine in queste relazioni che sono costitutivi della nostra vita. Questo tempo di Quaresima sia il tempo in cui rimettere Dio al centro della nostra vita ricostituendo il rapporto con Lui. Questo tempo di Quaresima sia un tempo di riscoperta di una relazionalità bella nei confronti dei fratelli, soprattutto nei confronti di chi è nel bisogno, nella prova e nella sofferenza”.

L’augurio dell’arcivescovo Panzetta, in conclusione, è un incoraggiamento paterno affinché questo kairòs, questo tempo privilegiato che è il tempo quaresimale “sia un tempo di grazia, un tempo in cui con l'aiuto di Dio mettiamo mano alla nostra vita per generare in tutti esistenze rinnovate”.

 

 

 

 

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