In una cattedrale gremita come per le grandi occasioni, la Chiesa di Lecce ha dato compimento al Giubileo della speranza.

Lo ha fatto ieri sera, 28 dicembre, festa della Santa Famiglia, durante la solenne concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo metropolita di Lecce mons. Angelo Raffele Panzetta e trasmessa in diretta su Portalecce e Telerama (GUARDA).
Accanto a lui l’arcivescovo emerito Michele Seccia e l’arcivescovo Luigi Pezzuto, oltre al clero diocesano e religioso.
Il servizio liturgico è stato curato dai seminaristi teologi coordinati dal direttore dell’ufficio liturgico diocesano don Mattia Murra.
I canti sono stati eseguiti dalla corale della Cattedrale, accompagnata all’organo dal maestro Antonio Calabrese.
Nella sua omelia (IL TESTO INTEGRALE) il presule ha fuso, come in una armonica osmosi, i motivi di lode che sono confluiti nella celebrazione di ieri, la capacità di innervare l’ordinario degli effetti giubilari, il contesto e lo stile perché ciò accada.
I MOTIVI DELLA LODE
Per Panzetta tre sono stati i fuochi che hanno animato la riflessione: la gioia che proviene dal mistero del Natale, un mistero che affascina perché l’Eterno si fa storia; il fatto che per questo scopo venga scelta una istituzione umana come la famiglia che da sempre ha la sua valenza pedagogica e il compimento del cammino giubilare con un frutto di speranza che, dalla Casa circondariale di Lecce, a mò di eco, ha raggiunto tutta la Chiesa locale come evidenziato dal pastore leccese.
Così Panzetta: “Ci sono tanti motivi che rendono particolare questa celebrazione, tanti motivi di gioia e di ringraziamento. Innanzitutto, perché siamo nell'Ottava di Natale e abbiamo un cuore pieno di gioia e di luce per il dono del Verbo Incarnato che illumina la nostra vita e più ampiamente tutta la vicenda umana. Abbiamo anche la gioia oggi di celebrare la festa della Santa Famiglia e approfittiamo di questa festa per ringraziare Dio, la Santissima Trinità, perché ha deciso che l'Incarnazione avvenisse in una famiglia umana, che questa struttura umanissima uscita dalle mani di Dio diventasse la porta dell'Eterno nel tempo; che la famiglia diventasse luogo teologico, cioè un luogo in cui Dio ama abitare; che la famiglia fosse la prima realtà umana attraversata dalla luce del Verbo e dall'azione salvifica del Messia. […] Permettetemi di considerare, di ricordare quello che mi è parso quasi simbolicamente il segno di speranza più grande che ho visto in questo anno. È avvenuto nel nostro carcere durante la celebrazione di Natale. La mattina sono stato in carcere a celebrare l'Eucaristia e raccontavo ai detenuti che qualche anno prima a Crotone, quando celebrando l'Eucaristia parlavo con qualcuno dei presenti, un giovane mi disse: “Padre, sto leggendo il Vangelo”. Ed io gli chiesi; “Che cosa ti ha insegnato il Vangelo”. E lui: “Padre il Vangelo mi ha insegnato che si può cambiare”. Mentre raccontavo questa esperienza ai nostri detenuti qui a Lecce, uno di loro ha gridato un’espressione che si è scritta nel mio cuore: “La tua speranza mi fa vivere, la tua speranza mi fa vivere”. Questo grido che viene dal nostro carcere io lo considero il segno di speranza più bello che si è realizzato nella nostra comunità”.
INNERVARE L’ORDINARIO DELL’EVENTO GIUBILARE
Quando si vive un'esperienza forte, come è quella di un Anno Santo, ci si chiede come fare in modo che, finito il Giubileo, la tensione spirituale, la novità, il fermento sperimentato non si perdano. Per non cedere a questa tentazione occorre prendere l’immane mole di grazia ricevuta e accolta e farla diventare concretezza nella vita di ogni giorno; occorre guardare, altresì, al Giubileo come a qualcosa che non si esaurisce ma la cui eco continua in maniera dirompente come si può evincere dalla seconda lettura del giorno, tratta dalla Lettera ai Colossesi dell’apostolo Paolo (3,12-21).
Ha proseguito Panzetta: “Io penso che il Giubileo si possa trasformare in un'esperienza feriale quotidiana se i valori del Giubileo entrano progressivamente nella nostra vita […] Di quali valori parliamo? Del primato della grazia di Dio che abbiamo sperimentato; della bellezza della misericordia di Dio; della bellezza della conversione; della gioia di scoprire il battesimo. Di questo parliamo: della bellezza di sentirsi parte di una Chiesa che è madre e che si prende salvificamente cura di noi. […] Sperimenteremo come il Giubileo diventa gioia feriale nella misura in cui vivremo una relazionalità rinnovata, nella misura in cui vivremo uno stile di Chiesa finalmente pacificato e recupereremo la capacità di essere riconoscenti”.
Bisogna, dunque essere persone nuove per la capacità di accogliere Cristo e lasciarsi ricreare da lui, continuamente; conseguentemente occorre sforzarsi per cercare d’essere uomini che vivono e annunciano la Pace, sempre meno impegnati nei conflitti e maggiormente dediti alla riconciliazione; da ultimo è cosa buona e lodevole misurarsi con la bellezza di poter essere uomini eucaristici, che sanno ringraziare, lodare e benedire perché accolgono i frutti della bontà divina.
Rimarca l’arcivescovo di Lecce: “Paolo dice chiaramente che, per vivere il battesimo, per vivere l'immersione nella Pasqua di Gesù che si è realizzata nel battesimo, bisogna avere uno stile relazionale nuovo, segnato dalla misericordia, dalla bontà dal perdono. Bisogna fare nostri gli abiti del Signore Gesù; bisogna avere un io ospitale come Lui: è così che si può fare in modo che il Giubileo diventi gioia feriale. […] Ciò che unisce, ciò che unisce il nostro stile relazionale è l’amore. […] Accanto a questo, Paolo ricorda ai cristiani di questa comunità menzionata nella seconda lettura che è importante che la pace di Cristo dimori nei cuori dei fedeli perché a questa pace siamo stati chiamati in un solo corpo. Ma di quale pace sta parlando Paolo? Parla della pace intra ecclesiale. Sì, perché ieri come allora non è facile vivere in pace nelle nostre comunità; non è facile vivere in pace nelle Chiese; non è facile vivere in pace nei presbiteri, nelle confraternite, nei movimenti, nelle associazioni, nella vita consacrata. Perdiamo più tempo a litigare che a costruire; perdiamo più tempo a competere che a essere impegnati nella missione. […] Da ultimo, Paolo invita i cristiani di Colossi - e noi lo prendiamo come impegno per passare dal Giubileo alla feria - di diventare riconoscenti. E per spiegare il concetto, Paolo utilizza un verbo che è molto importante, lo conosciamo tutti: eucaristeo. In altre parole, Paolo ci dice: siate capaci di avere uno stile di vita eucaristico, siate capaci di essere persone che sono consapevoli del bene e quindi riconoscenti”.
GIUBILEO E VITA A BRACCETTO
Esiste un sitz im leben (un contesto vitale) nel quale questa progettualità di vita si può verificare e, volendo parafrasare la prima lettura della celebrazione di ieri tratta dal libro del Siracide(cap.3) si parla della bellezza di una famiglia che vive secondo il disegno di Dio. Il Giubileo, dunque, può diventare gioia feriale se raggiunge le case, se entra nelle famiglie e lì porta una rivoluzione relazionale.
Continua il presule: “Se avessimo fatto chilometri e chilometri di pellegrinaggio ma non avessimo fatto mezzo centimetro verso il marito, verso la moglie, verso i figli e i figli verso i genitori: se non avessimo fatto un pellegrinaggio verso l'altro - lasciatemelo dire - non vale niente, non vale niente se non avessimo fatto un pellegrinaggio verso l'altro e verso gli altri che sono la prossimità della nostra vita, la prova del nove della verità della vita cristiana si vede a casa. Tutti siamo figli. Ed è a casa che ci giochiamo tutto: non si può essere angeli in parrocchia, e diavoli a casa. Non funziona così. Quando questo accade, qualcosa non va. Questo cristianesimo bipolare rischia di non essere vero. La prova del nove del Giubileo si vedrà nelle nostre case: se c'è questo pellegrinaggio verso l'altro, se c'è questa fatica di venire incontro all'altro, di mettersi a disposizione dell'altro, vuol dire che qualche segno c'è, altrimenti quanta strada ancora abbiamo da fare”.
Nel brano evangelico, poi, emerge un tratto di Giuseppe: quello della custodia. Giuseppe aggiunge qualcosa al mistero mariano, perché, mentre il mistero mariano ricorda a tutti l'importanza di partorire il Verbo nella storia, quindi l'annuncio, la catechesi, il mistero di Giuseppe ricorda che il Verbo che è stato partorito, va custodito, dal momento che senza la custodia del bene, la grazia di Dio si perde, tutto si perde.
Conclude Panzetta: “Dobbiamo recuperare la bellezza di essere custodi della grazia di Dio, custodi della Parola, custodi delle cose belle che Dio ha operato nella nostra vita. Giuseppe non ha avuto paura di fuggire dal male: dobbiamo recuperare questa cosa che non è un segno di debolezza ma è prudenza, è saggezza aderire al bene, vivere lontano dal male. Dobbiamo recuperarlo anzitutto noi adulti che certe volte ci gettiamo nel fuoco e dobbiamo ricordarlo anche ai nostri figli e alle persone che sono affidate a noi: il male va rifuggito. Noi dobbiamo crescere attaccati al bene e lontani dal male. Giuseppe ci ricorda che le cose importanti vanno custodite”.
Dunque, un autentico programma pastorale quello che Panzetta ha consegnato alla comunità diocesana affidata alle sue premure di padre e pastore: il canto del “Te Deum” prima della benedizione finale ha fatto salire al Padre la lode e il ringraziamento per tutto il cammino fatto durante l’anno santo che, seppur compiuto, lascia in eredità al mondo cristiano una grande lezione: la Speranza va cercata perché è lo sguardo positivo di Dio sulla storia umana.
Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

