Forse in tanti avrebbero pensato alla cattedrale vestita a festa, all’organo capace di diffondere dolci melodie, all’assemblea e al servizio liturgico delle grandi occasioni ma anche stavolta l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha spiazzato tutti andando controcorrente.

 

 

 

 

Ha scelto, infatti, di ricordare il sesto anniversario della sua consacrazione episcopale, avvenuta il 27 dicembre 2019 per le mani dell’allora arcivescovo metropolita di Taranto, mons. Filippo Santoro, in un modo insolito e spirituale al contempo: compiendo un pellegrinaggio (LEGGI) che da Piazza Duomo, centro della comunione della diocesi, ha condotto i partecipanti-i seminaristi teologi e un significativo gruppo di sacerdoti- presso il santuario di Sant’Oronzo fuori le mura, luogo nel quale secondo la tradizione è avvenuto il martirio del primo vescovo leccese.

A guidare i presenti in un itinerario storico-artistico don Michele Giannone, responsabile diocesano della musica sacra e appassionato di storia della Chiesa leccese.

Giunti in loco, dopo aver compiuto una sosta per nutrire spirito e corpo presso il monastero delle Clarisse, l’arcivescovo ha presieduto la solenne concelebrazione eucaristica: accanto a lui l’arcivescovo emerito Michele Seccia e il delegato arcivescovile ad omnia don Vito Caputo che all’inizio del rito sacro ha voluto rivolgere al presule un pensiero augurale a nome di tutta la comunità ecclesiale leccese. Il servizio è stato curato dai seminaristi guidati dal direttore dell’Ufficio liturgico diocesano don Mattia Murra.

Breve ma intensa l’omelia che Panzetta ha tenuto (IL TESTO INTEGRALE) e nella quale ha voluto subito spiegare il senso del pellegrinaggio che non è da addurre a qualcosa di tipicamente devozionale, né ad un esercizio prettamente fisico ma ad una condizione che deve riguardare ogni cristiano e, più ancora, ogni presbitero che vive il suo essere pellegrino con e verso Cristo.

Belle, dunque, le parole del presule: “Tutta la nostra vita è un grande e meraviglioso pellegrinaggio, e abbiamo compiuto questo gesto alla vigilia della conclusione dell'anno giubilare, intanto per ringraziare il Signore per tutta la grazia che è passata attraverso questa iniziativa, quella del giubileo. Il pellegrinaggio è importante per noi, perché ricordiamo che nel nostro ministero siamo pellegrini, e proprio mentre guidiamo gli altri nel pellegrinaggio, camminiamo anche noi. Il nostro ministero è una scuola di vita, il nostro ministero è una scuola di conversione, il nostro ministero è una crescita intensiva nella fede, nella speranza e nell'amore”.

Un pellegrinaggio dal tono spirituale è anche quello che riguarda la vita e la storia del pastore leccese che da sei anni vive la ricchezza dell’episcopato come dono, mistero e responsabilità, un’avventura che lo fa sentire ogni giorno alla scuola dell’unico Maestro, Cristo Gesù e tra i cui banchi ha incontrato gente che egli stesso definisce più avanti di lui nella fedeltà al Signore.

Prosegue l’arcivescovo di Lecce: “Insieme con voi ho compiuto questo gesto anche per ringraziare il Signore della grazia a me affidata sei anni fa, quando ho ricevuto la grazia del ministero episcopale. Probabilmente non mi rendevo conto della grandezza del dono che ho ricevuto in quel momento, lo intuivo, ma questi anni sono stati per me anni di grande esperienza di Dio, sono stati anni di grande esperienza pastorale, sono stati anni meravigliosi nei quali ho incontrato tante persone più avanti di me, e questo non mi ha scoraggiato, mi ha stimolato a fare sul serio con Dio, a spendere interamente la mia vita nel ministero. Ho pensato questo luogo come luogo in cui celebrare l'Eucaristia di gratitudine a Dio per questo ricorrenza annuale, perché mi rendo conto che il motto episcopale, il mio programma episcopale - Testificari evangelium gratiae; Attestare il vangelo della grazia -, sia molto impegnativo e tocca in profondità il ministero del vescovo: il vescovo deve essere un testimone della grazia di Dio in mezzo al suo popolo”.

L’intenzione per la quale è stata offerta la preghiera è stata di natura ecclesiale: chiedere al Signore che vescovo e presbiteri, laici e ministri ordinati, pastore e gregge a lui affidato possano imparare a non focalizzarsi solo sulla comunione con Dio ma aspirino alla comunione ecclesiale come sfida per poter vivere un discepolato vero ed autentico.

Ha proseguito Panzetta: “Qual è la strada per proseguire in una comunità? Quella di ripartire dalla testimonianza e dell'esperienza viva dell'incontro con il Verbo Incarnato. Solo la testimonianza viva dell'incontro con il Verbo Incarnato ci rende testimoni autorevoli. Questo vale per tutti. Quanto più vale per noi, ministri di Dio. Noi siamo testimoni. Il Verbo si fa carne nelle nostre mani, ogni giorno, durante la celebrazione dell'Eucaristia e da qui abbiamo la responsabilità di essere testimoni di quel mistero che rende piene e belle le nostre giornate e le nostre vite. […] Si può essere in comunione con Dio quando si è in comunione con la Chiesa. Non si può saltare la mediazione ecclesiale. Si può essere in comunione con Dio passando attraverso la comunione ecclesiale. […] È nella comunione con i fratelli che si sperimenta la comunione trinitaria”.

Prima della benedizione finale e della foto di gruppo che hanno fatto calare il sipario su una mattinata dal sapore semplice e familiare, l’arcivescovo Panzetta ha voluto aprire il cuore ai presenti con queste parole: “Sei anni fa, al termine della mia ordinazione episcopale ho chiesto di pregare affinché potessi essere un vescovo felice e sereno; vorrei che sapeste che sono contento di essere qui. Che seppur con le normali fatiche di un pastore sono sereno perché so che insieme a me ci siete voi che mi sostenete e mi accompagnate. Continuiamo a camminare insieme e a sostenerci reciprocamente con l’affetto e la preghiera”.

 

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

 

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