“È giusto, è bello, in questi giorni avere tavole meravigliose, cibi succulenti, champagne o spumanti da stappare, buon vino a tavola… Tutto è bello”.

Così l’arcivescovo ha concluso l’omelia (IL TESTO INTEGRALE) del pontificale di Natale ieri mattina in cattedrale, “Ma per fare festa - ha aggiunto - bisogna avere un motivo e festeggeremo veramente il Natale se ci schiereremo per la luce; se accoglieremo la luce che è venuta dal Vangelo e comprenderemo la nostra identità filiale e il nostro essere, fratelli, chiamati a vivere nell'armonia e nella pace”.
In queste parole la sintesi della sua riflessione che è partita dal prologo del Vangelo di Giovanni, la pericope proposta dalla liturgia per la “messa del giorno” del Natale del Signore.
“Qual è il motivo per il quale stiamo insieme con gioia? Qual è il motivo per il quale questo Figlio è nato per noi - si è domandato in apertura l’arcivescovo -? Questa domanda non è una domanda periferica, ha sempre bussato alle porte dei cuori e delle intelligenze di tutti i credenti”.
“Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato costituisce una risposta profonda, ricchissima a questa domanda - ha proseguito -”. “Il prologo, in fondo, risponde a questa domanda: ‘Chi è il Verbo che si è fatto carne? Chi è quel bambino che è nato per noi?’. E la risposta è stupefacente. Se non fossimo abituati ad aver ascoltato chissà quante volte questi testi dovremmo saltare dalla sedia leggendo quello che Giovanni ci ha detto, perché lui ci ha detto che quel bimbo che è nato per noi era il Verbo eterno del Padre. La Parola definitiva del Padre, la sapienza di Dio, uno dei tre, uno della Santissima Trinità, è venuto in mezzo a noi”.
Poi l’aneddoto ricavato dalla sua esperienza di pastore utilizzando per spiegare un nuovo concetto: “Qualche giorno fa – ha confidato il presule - sono stato al Teatro Apollo per il bellissimo concerto organizzato dalla Prefettura e mi ha colpito una cosa che in un certo senso mi ha dato da pensare per questo Natale. Perché i fatti, le esperienze che noi viviamo, ci parlano non solo dell'umanità ma anche di Dio. Ebbene, c'erano adulti che cantavano in modo meraviglioso, gli studenti del nostro conservatorio… A un certo punto, però, hanno cantato i bambini. Erano così piccoli che per guardare la maestra che li guidava erano con il naso all'insù per intravedere le indicazioni, per svolgere correttamente il canto. E dentro di me ho avuto proprio come una luce. Dio ci guarda sempre dall'alto verso il basso. Ma a un certo momento nel mistero dell'Incarnazione ha deciso, come quei bimbi - perché Lui si è fatto bambino - di guardarci dal basso verso l'alto; ha deciso di guardare l'umanità con gli occhi dei bambini”.
Passando alla riflessione sulla seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, l’arcivescovo si è soffermato sulle conseguenze antropologiche dell’Incarnazione: “Se vuoi capire Dio - ha detto Panzetta - devi guardare quel bambino. Se vuoi capire Dio e i suoi desideri e le sue aspettative… devi guardare dentro il mistero di Cristo. Perché Gesù è venuto a mostrarci il volto di un Dio che è Padre, il volto di un Dio che è amore, il volto di un Dio che è misericordia”.
E ancora: “Ma gli uomini di fronte a questa rivelazione che cosa devono fare? Il mistero dell'Incarnazione ha delle conseguenze antropologiche enormi. Perché? Proprio perché la luce di Dio è venuta, proprio perché la gloria di Dio è venuta, la grazia di Dio è venuta, proprio perché Gesù ha svelato definitivamente il volto di Dio. Allora, noi dobbiamo prendere posizione di fronte a questo disvelamento e dobbiamo decidere da che parte stare. Quando non lo conoscevamo potevamo anche dire, “chissà, vedrò, cercherò di capire domani”, ma una volta che sei davanti alla rivelazione piena del volto di Dio, ti devi schierare. Ed è questo l'aspetto drammatico del mistero dell'Incarnazione. Il prologo lo dice”.
“Che cos'è avvenuto - si è chiesto ancora l’arcivescovo -? È avvenuta la luce nella storia degli uomini. Alcuni hanno accolto questa luce, altri hanno rifiutato questa luce, preferendo vivere ed essere tenebra. Quell'espressione va interpretata proprio in senso antropologico. Tenebra sono gli uomini e le donne che rifiutano la luce di Dio. È terribile questo, ma è possibile. Chi ha accolto la luce di Dio ha avuto un dono incredibile, perché Gesù ci ha detto che Dio è Padre e che noi siamo figli e quindi fratelli”.
“L'augurio che mi sento di fare a tutti voi e alle vostre famiglie - la conclusione dell’omelia -, come padre, è che questa luce piena di responsabilità che il Natale porta con sé, entri pienamente e in modo dirompente nelle vostre vite e nelle vostre famiglie. Amen”.

