In una Piazza Duomo trasformata per una sera in cattedrale a cielo aperto e gremita come si addice ad una grande circostanza, ieri sera, 26 agosto, solennità dei Santi Oronzo, Giusto e Fortunato, patroni della città e della Chiesa leccese, l'arcivescovo metropolita Angelo Raffaele Panzetta ha presieduto la solenne Messa Pontificale: attorno a lui i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i consacrati e l’intero popolo santo di Dio.

Hanno concelebrato al sacro rito, trasmesso in diretta da Portalecce (GUARDA) l’arcivescovo emerito di Lecce Michele Seccia e l’arcivescovo mons. Luigi Pezzuto. Ha assistito alla concelebrazione il card. Salvatore De Giorgi, arcivescovo emerito di Palermo e figlio della Chiesa di Lecce. Il servizio liturgico è stato prestato dai seminaristi della diocesi guidati dal direttore dell’Ufficio liturgico diocesano don Mattia Murra. I canti sono stati eseguiti dal coro della cattedrale accompagnato all’organo dal maestro Samuele Rizzo, diretto dal maestro Tonio Calabrese e impreziosito, per l'occasione, dal gruppo vocale dei "Viri Cantores de Finibus Terrae" diretto dal maestro Giuseppe Lattante.
All’inizio della celebrazione don Vito Caputo, parroco della Cattedrale e delegato arcivescovile ad omnia, a nome di tutto il presbiterio e della comunità diocesana , ha rivolto all’arcivescovo Panzetta un saluto-augurio in occasione del suo compleanno (LEGGI).
Come mettere insieme la Parola annunciata con l'esperienza, la memoria viva dei martiri Oronzo, Giusto e Fortunato?
È sgorgata da questo interrogativo la toccante omelia (IL TESTO INTEGRALE) che ha avuto una mirabile chiave interpretativa nel brano di apertura della Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, nel quale l'apostolo si rallegra con la comunità di Tessalonica, un piccolo nucleo di credenti in una città tutta pagana, perché qui la corsa della Parola è stata fruttuosa, per cui ci sono nati annunciatori che con convinzione hanno portato la Parola di Dio.
E questa Parola annunciata con passione e con parresìa ha aperto i cuori di chi ha ascoltato, per cui quelli di Tessalonica, pur in mezzo alle difficoltà di cambiare vita - appartenevano, infatti, a una cultura pagana - hanno ascoltato valori nuovi in base ai quali ricostruire interamente le loro vite e hanno accolto il Vangelo nella gioia dello Spirito.
Questa accoglienza, dunque, ha prodotto frutti di grandi novità nella vita dei Tessalonicesi, perché si sono convertiti, hanno abbandonato gli idoli per aderire al Dio vivo e vero, hanno compiuto un esodo spirituale dall'idolatria al culto del Dio vivente.
Paolo, dunque, gioisce perché attraverso l'adesione alla Parola, la vita dei Tessalonicesi diventati cristiani è divenuta una risonanza della Parola, per cui la Parola ascoltata nell'annuncio risuona nelle vite cambiate di chi l'accoglie e attraverso una Parola che ha cambiato i cuori, che è diventata vita e ha trasformato le vite di questi credenti in risonanza della Parola, quelli di Tessalonica sono diventati modelli per tutta la regione.
Bello il paragone creato tra Parola e ricorrenza celebrata dal presule leccese: "Nella vita di Oronzo, Giusto e Fortunato, è accaduta la stessa cosa: vi è stata una corsa fruttuosa della Parola, perché la Parola è giunta nelle loro vite ed essi l’hanno accolta con gioia, nella gioia che lo Spirito Santo sa diffondere pienamente nei cuori docili a Dio".
La Parola proclamata nella assemblea liturgica ha, dunque, aiutato i presenti ad entrare nel mistero della santità per comprendere che il santo non è chi ha doti o qualità fuori dal comune ma chi sceglie di fare sul serio con Dio, chi vive la propria fede non come aspetto accidentale quanto come dimensione fondante tutta la propria esistenza.
Suggestive, a tal proposito, le parole dell'arcivescovo di Lecce: “Ritengo che quello che la Parola dice si applichi bene ai nostri patroni. Loro sono stati uomini illustri che hanno vissuto nella fede, loro sono stati padri che hanno lasciato una scia luminosa perché hanno compiuto opere impregnate di Vangelo e soprattutto attraverso il gesto del martirio hanno compiuto un atto all'interno del quale è espressa una carità perfetta, un amore per Dio e una volontà di lasciare una testimonianza di amore per tutto il popolo di Dio. Mentre siamo illuminati dalla Parola e guardiamo ai nostri Patroni come padri nella fede, inevitabilmente dobbiamo anche guardare la nostra vita e chiederci se questo sta avvenendo oggi nelle nostre comunità, se all'interno delle nostre comunità ci sono uomini e donne che sono capaci di vivere una particolare paternità e maternità, quella tipica di chi lascia un segno fecondo nella comunità".
Questa scia di fecondità, tuttavia, non scaturisce da capacità solo umane ma è il frutto che promana da una esperienza di fede che è dono di Dio: si crede, infatti, perché Lui, il tre volte Santo, rende l'uomo idoneo a stare alla sua presenza, sensibile al suo mistero, in grado di fidarsi di lui, come sottolineato con forza dal pastore leccese: “La fede è un dono. Essa è venuta a noi quando nel Battesimo siamo diventati nuove creature, siamo stati rigenerati da Dio e sempre nel Battesimo abbiamo ricevuto il lumen fidei, questo dono dello Spirito che ci fa aderire a Dio [...]. Nella vita dei nostri patroni e anche della nostra vita questo miracolo si è generato. Con stupore dobbiamo accogliere la grazia di credere. Noi crediamo perché abbiamo ricevuto il dono della fede, ma noi crediamo anche perché la nostra libertà si è fatta disponibilità, si è fatta docilità nei confronti di Dio. Questo è avvenuto nei nostri patroni e questo avviene nella nostra vita”.
Dunque, una esperienza di fede viva che ha bisogno di tradursi in una relazione di amicizia con Cristo: sebbene tra l'uomo e Dio tutto ciò potrebbe sembrare utopia, tuttavia, attraverso il mistero della incarnazione Egli si è fatto vicino all'essere umano, gli ha manifestato la sua condiscendente vicinanza, gli ha svelato la sua pro-esistenza.
Programmatiche, a tal proposito, le parole dell'arcivescovo Panzetta: “Fratelli e sorelle, la Parola che abbiamo ascoltato ci ha rivelato qualcosa dell'itinerario dei nostri padri illustri, Oronzo, Giusto, Fortunato, ma di tutti gli uomini e le donne che fanno sul serio con Dio. Sono diventati illustri, sono diventati modelli, sono diventati un’eco della Parola perché hanno creduto e hanno agito in base alla fede. Sono diventati modelli perché si sono lasciati plasmare dalla grazia di Dio e dalla luce della fede. Sono diventati modelli perché hanno vissuto il loro percorso in questa nuzialità, in questa amicizia profonda con il Signore Gesù che è stato l'ambiente vitale in cui hanno compiuto le grandi opzioni della loro vita, anche l'opzione di giocarsi tutto per Lui. Penso, fratelli e sorelle, che queste verità, mentre descrivono l'itinerario dei nostri illustri patroni, descrivono forse anche quello che il Signore vuole da noi”.
“Perché - ha sottolineato - nel tempo che stiamo vivendo non è più possibile un cristianesimo senza infamia e senza lode. Il tempo che stiamo vivendo ci chiede di vivere un cristianesimo serio, adulto, un cristianesimo che intacca la vita, un cristianesimo che si lascia plasmare dal primato della vita spirituale, un cristianesimo che mostri al mondo la bellezza di essere amici di Gesù Cristo, di sperimentare questa amicizia profonda con Lui. Ecco quello che il Signore si aspetta da noi, ecco quello che questa festa ci dice, questa è la vera eco di quella Parola che è risuonata nei cuori dei nostri patroni”.
La chiusura omiletica dell'arcivescovo Panzetta ha voluto, poi. avere i contorni di due luci scaturite dal sapere di Tommaso D'Aquino secondo cui i martiri sono gente che ha avuto coraggio e di Von Balthasar per il quale il cristianesimo o è qualcosa di serio o non ha valore; il presule, dunque, ha inteso auspicare, per sé e per la comunità affidata alle sue premure pastorali, un cammino improntato su queste due direttrici, uniche coordinate per fare della propria fede un quotidiano incontro con Cristo che fa nuove tutte le cose (cfr. Ap 21).
Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

