“Testificari evangelium gratiae” è il motto episcopale, sintesi essenziale del ministero del nostro arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta.

 

 

Parole forti e impegnative che sono state consegnate alla Chiesa di Lecce radunata nella splendida Piazza del Duomo. Parole che dicono una mission, “Testimoniare il vangelo della grazia”, che la comunità diocesana ha accolto con entusiasmo e come invito a ricominciare a camminare ascoltando la Parola di Dio che genera la sapienza che coniuga insieme la prudenza e la giustizia. E la giustizia genera la carità che sola anima la speranza. E l’invito alla speranza è risuonato forte nella Piazza Sant’Oronzo là dove il padre e pastore della Chiesa locale è stato accolto dalle autorità civili e militari.                                                                   

 È stato significativo che l’incontro sia avvenuto nella piazza centrale della nostra città. 

“Ho accolto con grande favore il fatto che il nostro primo incontro sia avvenuto in una piazza perché ritengo che a questo spazio urbano debba essere riconosciuto un significato simbolico, importante, per la vita democratica in quanto esso è un luogo d'incontro nel quale il pluralismo delle culture, delle istituzioni e delle ideologie trova una possibilità effettiva di confronto e di dialogo. La piazza è però anche il luogo in cui passa la vita feriale delle persone: in essa si incontra chi vive, chi lavora; in essa dialogano i credenti ma anche uomini e donne che hanno smarrito la fede o quelli che si sentono indifferenti nei confronti del problema religioso”. 

Sono queste le parole del vescovo (IL TESTO INTEGRALE) che hanno voluto sottolineare come la piazza e tutte le strade che ad essa convergono e da essa ripartono siano luoghi dove risplende anzi deve ritornare a risplendere la presenza del Dio con noi. Del Dio che mette la tenda nelle strade, nelle case in ogni luogo dove gli uomini, le donne, i bambini, i giovani, gli anziani, vivono, si incontrano, si comunicano concretamente la vita. Comunicano le gioie e anche le amarezze della vita. Esprimono le attese, insieme cercano la speranza. La piazza, le strade, le case, luoghi dove la Chiesa, la comunità cristiana, guidata dal vescovo, deve farsi pellegrina che incontra, ascolta, apre il cuore. Dona speranza. Perché non si può “testimoniare il vangelo della Grazia” se non si diviene pellegrini che condividono la strada per donare l’unica speranza certa, l’amore di Cristo che si fa pane della condivisione per tutti. Non si è testimoni credibili della grazia se non si sceglie di vivere “la diaconia della speranza”.

Tutte le autorità presenti, mentre hanno espresso la gioia dell’incontro con il nuovo pastore, al contempo, tutti, nessuno escluso, hanno evidenziato la necessità, e quindi il desiderio, di lavorare insieme per i bene comune, in particolare le fasce deboli, i poveri. A queste parole il vescovo Angelo Raffaele ha voluto dare una risposta importante e impegnativa al contempo e che coinvolge tutti, secondo le proprie competenze istituzionali, vivere insieme e, fattivamente, la “diaconìa della speranza”. La speranza certamente alle fasce più povere e indigenti, la speranza a chi cerca una casa, a chi ancora non ha certezza di un lavoro dignitoso, e giustamente remunerato, che dia la possibilità di sostenere la famiglia e dare un futuro alle giovani generazioni. Una speranza che restringa la forbice tra chi ha tutto, e anche di più, e chi a costoro può guardare solo con un senso di invidia e inadeguatezza, anche in ordine al futuro delle giovani generazioni. La “diaconia della speranza” che si fa, in primo luogo, attraverso l’impegno comune della “diaconia della educazione” al valore della vita, della persona, al valore dell’ambiente, della città. Diaconia al valore della cultura capace di parlare il linguaggio degli uomini e delle donne del nostro tempo. Diaconia al valore della cultura da vivere come luogo teologico perché il Dio dei cristiani, il nostro Dio, è il Dio della storia, che si fa compagno di strada dell’uomo, si china su di lui per donargli l’olio della consolazione certamente, ma soprattutto il vino della speranza che sola ha la forza di rimetterlo in piedi, di ridargli dignità per guardare con coraggio il futuro nella certezza di esserne protagonista. Educare alla speranza, incoraggiare la speranza, dare gli strumenti essenziali per poter sparare. Aiutare a non perdere e a non farsi rubare la speranza.

E l’essere costruttori di speranza è un compito che appartiene a tutti. In modo particolare il Vescovo Angelo Raffaele si è rivolto agli amministratori e ai politici presenti nella piazza. Ma dalla piazza non può non raggiungere tutti coloro che hanno responsabilità civili, economiche. Educative. Non può non raggiungere il mondo della scuola e dell’università. Ma non può non raggiungere ciascuno di noi, le nostre famiglie. Non può non raggiungere e non risuonare, a 360 gradi, nel cuore e nella mente della nostra Chiesa locale. Una Chiesa che, anche alla luce del cammino sinodale finora percorso, percepisce forte il desiderio e l’impegno di abitare le piazze, di farsi compagno di strada. Il vescovo ci ha lanciato la sfida quando nella pubblica piazza, nell’agorà della nostra città ha detto “vorrei veramente con tutto il cuore che tutte le nostre comunità fossero presidi che impediscano il furto della speranza, che costituissero delle fontane zampillanti di passione per il futuro presso le quali le nuove generazioni, ma anche quelle più mature, possano trovare ristoro”

A noi il compito di essere insieme con lui testimoni di speranza e costruttori di un presente aperto al futuro; coraggio, amanti della verità e della giustizia perché la partita è ancora in corso e quindi occorre fare la nostra parte per portare a casa un risultato positivo”.

 

 

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