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Ieri, Venerdì Santo, in religioso raccoglimento si è celebrata la messa “In Passione Domini” anche nella Cattedrale di Lecce.

 

Un ossequioso e commosso silenzio ha accompagnato tutta la celebrazione, a sottolineare la sentita partecipazione alla sofferenza del Signore negli ultimi momenti della sua vita. Non giorno di morte però, ma di contemplazione dell’immenso amore di Dio per noi, tanto da donare suo Figlio, Gesù, per la salvezza dell’umanità.

Fa pensare e meditare la lettura della Passione di N. S. Gesù Cristo. Un rito solenne in cui, con sobrietà di toni e di gesti, viene proclamato il racconto di Giovanni che si conclude con la morte di Gesù e la sua deposizione nella tomba: non recitazione, né rappresentazione, ma momenti di profonda riflessione e introspezione del mistero pasquale.

«Dopo aver celebrato con gioiosa mestizia l’ultima cena di Gesù, con mestizia e speranza celebriamo ancora una volta non il racconto, nelle bellissime puntualizzazioni del discepolo che Gesù ha più amato, ma convocati da Cristo come Chiesa di discepoli e di battezzati, per essere testimoni e partecipi dell’evento della sua morte, del tradimento dei suoi amici. Non Barabba, ma Gesù!» con queste parole l’arcivescovo Michele Seccia ha aperto l’omelia del Venerdì santo.

Tutto questo «deve dare senso e verità a questa liturgia eucaristica, curata dalla Chiesa nel corso dei secoli, perché chi partecipa si renda conto della verità della misericordia di Dio, fino a che punto Dio ci ha amati».

Poi l’inevitabile riferimento alla croce: «Ecco perché il giardino di Pasqua diventerà il giardino della nuova creazione, che germoglia e fiorisce, perché un albero nuovo è stato piantato, che ha la forma della croce, un albero dai rami ben stagionati, che non producono frutto, ma hanno la vita accogliendo tra le loro braccia colui che l’uomo ha creduto di poter sacrificare per calmare il suo desiderio di potere, la sua fede nell’onnipotenza dell’uomo e non di Dio», continua l’arcivescovo.

Da qui l’aggancio all’attualità della Passione del Signore «che ci coinvolge e ci rende partecipi, perché non solo ricordo, ma siamo nella viva memoria di ciò che Cristo ha compiuto per sempre e se per noi questo è il presente, siamo in cammino verso il Golgota».

E nell’adorazione della croce si è come ai piedi del Golgota: con gli occhi del cuore rivolti a quel Crocifisso, contemplando quel volto rigato dal sangue e segnato dalla sofferenza. Sentendoci a volte Giuda, a volte Pietro, a volte Pilato. Interrogandoci dinanzi alla grandezza di quella Croce, che richiama la nostra fragilità e debolezza e l’onnipotenza del Signore, «svegliandoci dal nostro sonno conciliante», come precisa mons. Seccia.

Poi silenzio e preghiera. E un bacio al Crocifisso, segno di amore e di fedeltà. Non di tradimento o di rinnegamento.

 

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