A poche ore dalla concelebrazione eucaristica di domani, nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, durante la quale Papa Leone XIV imporrà il pallio all’arcivescovo di Lecce e ad altri 53 nuovi metropoliti, mons. Angelo Raffaele Panzetta confida ai lettori di Portalecce le sue emozioni, racconta gli ultimi mesi del suo episcopato e lascia già anche intravedere alcune prospettive per la nostra Chiesa locale.

Eccellenza, tutto in pochi giorni: il 18 giugno scorso, la nomina ad arcivescovo metropolita di Lecce; il 29 giugno, domani, la consegna del Pallio da parte di Papa Leone XIV; e l’11 luglio, l'inaugurazione del ministero leccese. Un’emozione dietro l’altra…
Nella nostra vita abbiamo periodi di tranquillità, periodi lunghi all'interno dei quali sembra non succedere nulla, se non gli impegni ordinari, cioè quelli che vengono dalla nostra vocazione, o gli impegni che la vita ci mette davanti. Poi ci sono dei “passaggi di salvezza” che effettivamente sembrano essere repentini: penso che siano belli entrambi. In entrambe le situazioni senti veramente che la mano di Dio è sopra di te e che Dio sta agendo, che la tua storia non è una ferialità vuota, ma è storia di salvezza. Ritengo che questi passaggi quasi improvvisi siano come delle punte di un iceberg della storia di salvezza della mia vita: quella della mia famiglia e quelle della mia famiglia più grande che è la Chiesa di Lecce. Bisogna saper gustare ambedue le condizioni per assorbire lentamente - come una spugna - la Grazia di Dio.
Quest'ultimo è stato per lei, da arcivescovo coadiutore, un anno di “rodaggio”. In qualche occasione, apprezzandone l’opportunità che le è stata data da Papa Francesco, ha pure auspicato che potesse diventare quasi una normalità nella vita dei nuovi vescovi. Che esperienza è stata dopo aver vissuto cinque anni intensi di episcopato a Crotone-Santa Severina?
Prima di tutto è stato per me l’occasione per fare un piccolo bilancio: la vita del vescovo titolare, spesso occupata dall’urgenza di decisioni continue e da responsabilità consistenti, non consente molti spazi per la verifica. Il vescovo diocesano ha in mano, per molti aspetti, la vita della comunità e delle persone. Quindi, questi ultimi mesi sono stati un tempo utile per guardare all'esperienza che ho vissuto in Calabria e rivedere anche le cose che avrei potuto fare meglio, le vicende che avrei potuto vivere diversamente, ma anche per apprezzare quel bene che il Signore ha voluto far passare attraverso le mie mani. Ma, l’esperienza del coadiutore, è stata anche un tempo di Grazia, perché il fatto di stare accanto a don Michele (Seccia, ndr), mi ha consentito, insieme con lui, di osservare dall'alto. Non a caso, “episcopeo” in greco significa “osservare” o “vigilare”. Scrutare dall'alto e vedere, come in una sorta di grande mappa, il mistero di questa Chiesa, la ricchezza pluriforme che il Signore ha seminato all'interno di essa, anche gli spazi di crescita ancora aperti, o il fatto di non avere, per così dire, la responsabilità ultima della guida, mi hanno consentito uno sguardo diverso sulla realtà. Devo dire che questo tempo me lo sono gustato anche per questo: effettivamente il vescovo è in una posizione dalla quale si può vedere bene l'azione di Dio. Guardando dall'alto le cose è in qualche modo guardare le cose come Dio le vede, e quindi, mi sono come diciamo in crotonese “scialato”, cioè mi sono veramente gustato questo sguardo dall'alto. Ovviamente, lo sguardo dall'alto permette anche di scorgrre le zone d’ombra sulle quali bisognerà intervenire.
Che idea si è fatta della diocesi di Lecce e quali differenze più evidenti ha trovato con la Chiesa di Crotone-Santa Severina?
È più facile dire ciò che le accomuna: la fede semplice, ma radicata della nostra gente sia in città, ma ancor più nei comuni che ho visitato. Questo aspetto l'ho trovato anche qui a Lecce come a Crotone. Certamente, questo territorio ha delle possibilità culturali enormi, la presenza dell'università, la laboriosità di un’imprenditoria vivace, la grande risorsa rappresentata dal turismo… tutto ciò incide positivamente sul modo in cui le famiglie guardano al proprio presente e anche al proprio futuro. Qui a Lecce ho colto nelle persone uno sguardo più fiducioso al presente e una visione intraprendente verso il domani. Di conseguenza, qui è più facile scorgere in maniera più nitida i segnali di quella che noi chiamiamo “secolarizzazione”. Al di là dei segni della fede, della “sacramentalizzazione” diffusa, si nota chiaramente che, per tanta gente, Dio non è più centrale o, meglio, è uno degli aspetti della vita ma non è la colonna portante dell'esistenza.
Ci sarà tanto lavoro da fare per il nuovo arcivescovo.
Dobbiamo accompagnare la gente a passare da una fede semplice a una fede adulta. E aiutare anche chi in qualche modo si è allontanato o ha perso uno sguardo credente a porsi quegli interrogativi che riguardano il senso della vita, il luogo privilegiato nel quale matura l'atto della fede. Occorre, dunque, una speciale cura educativa e pastorale per andare incontro ad entrambe le categorie di persone.
Da arcivescovo coadiutore e quindi da vicario generale ha già messo in moto qualche idea e qualche iniziativa, una di queste, giusto per citare quella che sembra la più importante, è lo spostamento della Curia diocesana da Piazza Duomo al Centro di pastorale e cultura “Giovanni Paolo II” (ex nuovo seminario). Una decisione maturata ma anche condivisa con i sacerdoti. Che cosa dobbiamo aspettarci ancora?
Dobbiamo aspettarci di realizzare questa idea che abbiamo maturato in modo sinodale: venendo a Lecce ho trovato una situazione un po' anomala. Alcuni uffici, infatti, erano collocati nel Centro, presso l’ex nuovo seminario, e altri nella sede storica di Piazza Duomo. È chiaro che, venendo da fuori, la questione mi si è manifestata subito come un fatto macroscopico, come un problema da risolvere. Poi, quando si è trattato di scegliere, abbiamo pensato a quel luogo, non tanto per spogliare Piazza Duomo della sua centralità: in Piazza Duomo c'è la cattedrale, la cattedra del vescovo e la casa del vescovo. Questa collocazione non si potrà toccare. È così radicata nella tradizione della nostra Chiesa che deve rimanere così, anzi deve essere anche migliorata nelle strutture e nelle opportunità culturali. La Curia trasferita a Castromediano diventerà un epicentro di sinodalità per la Chiesa diocesana, questo è il grande desiderio. E diventerà la sala parto del progetto pastorale diocesano che è una delle necessità che ho intravisto in modo chiaro per la nostra Chiesa particolare. Per il futuro ci sono tante tante idee, però se oggi dicessi quale sarà il futuro della Chiesa di Lecce evitando un confronto sinodale, sbaglierei metodo. Invece, mi piacerebbe immaginare e progettare insieme con la nostra gente, con i presbiteri e con i laici insieme non un'altra Chiesa, ma una Chiesa diversa sì.
A questo proposito da vicario generale e da arcivescovo coadiutore, si è da subito inserito nel nostro cammino sinodale e guidare la fase profetica a livello diocesano. Ha trovato un laicato maturo?
Devo dire che questa è una delle cose che mi dà più speranza. Ho visto tanta gente che vuole fare sul serio con Dio. Al di là della maturità della fede - che è sempre difficile da misurare -, ho visto persone appassionate di Dio, che lo vogliono conoscere e amare; e appassionate della Chiesa, che la vogliono più bella, più al passo con i tempi; ma anche appassionata del mondo, perché il Signore ha voluto la Chiesa come una comunità di servizio per il mondo. Chi viene da fuori, come me, queste tre dimensioni, con un minimo di osservazione, le coglie subito. Si vede a occhio nudo il lavoro fatto dai pastori che hanno guidato questa diocesi negli anni, il lavoro dei presbiteri, il lavoro dei catechisti, la riflessione e gli orientamenti prodotti dei Sinodi precedenti: tutto ciò è entrato nel genoma di questa cosa comunità. È chiaro che uno dei nostri obiettivi è che questo laicato “maturo” trovi continuità nelle nuove generazioni perché, se noi non riusciremo a fare in modo che i giovani di adesso diventino giovani credenti e adulti maturi nella fede di domani, si interromperà l'anello dalla trasmissione della fede. Ma io sono convinto che ciò non accadrà.
Chi sono e cosa rappresentano i sacerdoti nel ministero episcopale dell'arcivescovo Angelo Raffaele?
Nel rito di ordinazione, quando si consacrano i sacerdoti, essi vengono definiti come ‘collaboratori strettissimi’. I presbiteri sono un collegio di fratelli che, in virtù di un dono sacramentale, collaborano con il vescovo nella guida della comunità. Sostanzialmente si tratta dei primi collaboratori del vescovo, persone con le quali il vescovo non ha solamente un rapporto di autorità o un rapporto legato al diritto canonico, ma è un legame sacramentale che pian piano, sono certo, nei mesi e negli anni che verranno, diventerà un legame di fraternità, un legame esistenziale: conoscere i nomi, le vicende di tutti diventerà importante per alimentare quella paternità. Perché il vescovo è padre di questi figli e fratelli, insieme con i quali egli annuncia la Parola, santifica il popolo di Dio e guida la comunità. Anche nella Chiesa più sinodale che possiamo immaginare, il ruolo del vescovo e dei suoi presbiteri rimane sempre un ruolo centrale.
A questo proposito, a settembre partirà un nuovo anno pastorale. Al netto dello spostamento della Curia - che sarà, immaginiamo, lungo e faticoso -, continuerà per l'arcivescovo ancora nei prossimi mesi, la fase di studio e di osservazione? Insomma, sta pensando già a qualche cambiamento?
È chiaro che sette-otto mesi non bastano per conoscere una comunità e sarebbe piuttosto imprudente mettere mano a cambiamenti significativi senza avere conosciuto in profondità le situazioni. Però a settembre avremo un momento di formazione per tutta la comunità diocesana all'interno del quale ci interrogheremo profondamente, proprio tutti insieme, sulle grandi sfide pastorali dell'oggi e sulla bellezza e la responsabilità della progettazione pastorale. L'idea, dunque, è quella di fare in modo che il Cammino sinodale si compia dentro la progettazione del piano pastorale diocesano; questa idea avrà in quest'anno un luogo significativo: provare, cioè, a elaborare un progetto diocesano, pensato e scritto in modo comunitario e sinodale. Chiaramente la regia è sempre quella del vescovo che ha la parola ultima sul discernimento. Sarebbe bello se lo stile sinodale che ha accompagnato questi anni germinasse un progetto pastorale diocesano sinodale.
Per il primo anno, dunque, tutto rimarrà com’è. Una volta, poi, partorito il progetto pastorale diocesano sinodale, metterà mano ad eventuali cambiamenti?
Sicuramente, l'impianto di Curia così com’è oggi, avrà bisogno di una profonda trasformazione per diventare uno strumento più sinodale. Ma un po' tutte le altre realtà della nostra diocesi hanno bisogno di questo cambio di passo, non di certo per il puro gusto di cambiare: l'autorità sapiente è capace di tenere le cose che funzionano. Sarebbe una iattura se venendo qui cancellassi il bene che ho trovato. Spero davvero che non succeda mai! Io devo, insieme con tutta la comunità, conservare il bene, cioè le mete educative che con fatica sono state già conseguite e provare a implementare questo bene per farlo diventare coraggio. Il discernimento cristiano ha la finalità di vagliare tutto e custodire il bene per farlo fiorire. Sono qui a Lecce anche per questo.
Papa Leone XIV nella recente udienza ai vescovi italiani ma anche nel messaggio rivolto ai partecipanti al Giubileo dei vescovi ha offerto alcune indicazioni sul ministero dei pastori nelle diocesi. Quali riflessioni le sue parole hanno provocato in lei?
Ritengo che ciò che il Santo Padre ha detto ai vescovi alla Cei, costituisca per me e per chiunque cominci il suo ministero proprio in profonda comunione con Papa Leone XIV, un binario sicuro. Per esempio, avverto chiaramente - e l'ho detto anche pubblicamente il 18 giugno scorso in occasione dell’annuncio della mia nomina - che ciò che il Papa ha detto rispetto alla necessità di rimettere il Signore al centro, sia proprio l'urgenza più grande che noi abbiamo. Da credente e da pastore, mi rendo conto che le ‘patologie’ ecclesiali sono provocate dall’assenza del Signore. Quando manca Lui, inevitabilmente, tutte le erbacce crescono dentro la comunità. Il Signore non ha la bacchetta magica, però la sua luce permette di tenere pulito il giardino delle motivazioni, delle gioie e delle speranze che inevitabilmente in una comunità non possono mancare.
Ormai mancano poche ore alla celebrazione dell'imposizione del pallio. Un segno liturgico che mette in evidenza, qualora ce ne fosse bisogno, il vincolo di comunione che lega lei e la nostra Chiesa al Santo Padre. Ma esso è anche un segno di comunione con le Chiese sorelle che vivono nel Salento?
Non nascondo che in questi giorni il mio pensiero va spesso, com’è ovvio, all’evento di domani. Ognuno di noi, nel suo percorso vocazionale ha avuto un momento in cui la scelta di vita si è imposta - quasi come nel “Memoriale” di Pascal - come quel fuoco ardente. La mia mente va di continuo nella cappella del Crocifisso del seminario di Molfetta: era un giorno di ritiro e proprio quel giorno mi sono messo nelle mani di Dio. Quel giorno ho percepito con chiarezza il suo disegno su di me. E il mio pensiero, in queste ore, sta andando proprio a quel giorno: chi poteva mai immaginare quello che Dio aveva in mente per me, tutte queste belle esperienze, tutta questa Grazia. Quello che ho nel cuore, dunque, è innanzitutto un senso profondo di gratitudine e anche di stupore, perché ognuno di noi conosce la sua misura e sa bene quanto è grande la Grazia di Dio. Su questo non c'è dubbio. Effettivamente, mi rendo conto che, in fondo, il pallio è un simbolo, è un ornamento liturgico che porta dentro il segno di un legame profondo che inevitabilmente lega il vescovo al Successore di Pietro. Una bella comunione con lui: la grazia di averlo incontrato più volte, in quest’ultimo periodo, mi ha fatto sentire in buone mani perché, quando ci si confronta con le responsabilità dell’autorità e del servizio, oggi, in questo contesto ecclesiale, un po' ci si spaventa. Provo, invece, grazie alla fiducia del Papa, un senso profondo di comunione ma anche di custodia.
Il pallio, infine, le consegna anche il servizio coordinamento delle altre diocesi (Brindisi-Ostuni, Otranto, Nardò-Gallipoli e Ugento-Santa Maria di Leuca) della nostra provincia ecclesiastica salentina…
Rispetto al ruolo del metropolita in una provincia ecclesiastica, nei confronti delle Chiese sorelle, devo dire che dal punto di vista antropologico, la strada è spianata: mons. Fernando Filograna è un figlio di questa Chiesa di Lecce, nostro fratello maggiore; Padre Francesco Neri, lo conosco dal 1992 perché abbiamo fatto studi insieme e abbiamo lavorato insieme nella Facoltà teologica pugliese; stesso discorso con mons. Vito Angiuli e con mons. Giovanni Intini. Ci sono legami di amicizia, di collaborazione e di passione che rendono sicuramente questo servizio di coordinamento e di fraternità, molto più agevole. Mi sento uno che entra in questa rete di Chiese sorelle per mantenere tutto il bene che c'è e anche per crescere, se possibile. Uno di questi segnali è già in corso, infatti, nel prossimo anno pastorale abbiamo già deciso di organizzare insieme buona parte della formazione permanente dei preti giovani. Penso che tante cose germineranno proprio per il fatto che ci conosciamo, ci stimiamo, ci vogliamo bene e siamo certi che se, come Chiese della metropolia, camminiamo insieme, la strada diventa più scorrevole.

