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Quel che serve alla scuola e alla famiglia, nell’interesse della educazione dei bambini, è una robusta e generalizzata relazione di fiducia.

Se la famiglia è davvero capace di aspettarsi qualcosa di buono dalla scuola e se la scuola è capace di credere che anche la famiglia - pur nelle difficoltà e nel disagio - è comunque capace di impegnarsi per il bene del bambino, se l’una e l’altra, la scuola e la famiglia sanno capire ed apprezzare lo sforzo che ciascuno fa per la crescita e lo sviluppo dei più piccini, allora le attese si trasformano in progetto e l’impegno si traduce in successo.

Se manca questa attitudine a credere e a fidarsi, non c’è telecamera che tenga. Resterà pur sempre il sospetto, il dubbio, l’angoscia, l’ansia, il timore.

E il sospetto blocca l’iniziativa, il dubbio genera esitazione, l’ansia produce confusione, il timore inibisce lo sforzo, …e la sfiducia non aiuta la crescita.

Se abbiamo bisogno di posizionare le telecamere nelle aule che frequentano i nostri figlioli, significa che non abbiamo più tempo per imparare a leggere nei loro sguardi e non abbiamo più la capacità di stabilire una intesa efficace e collaborativa con coloro che lavorano nella scuola.

Quando si cammina lungo la stessa strada, quando si lavora fianco a fianco per il medesimo risultato, quando davvero si crede nell’infanzia e nella esplosione di creatività che caratterizza le giornate dei bambini e delle bambine, allora la nostra fiducia è piena e non ha bisogno di altra verifica se non quella delle braccia aperte che ci salutano al rientro da scuola, con un entusiasmo ed una gioia almeno pari di quel che ogni giorno notiamo, al mattino, all’avvio della giornata scolastica.

È questo il segnale più bello e più sicuro: il bambino ha piacere di andare a scuola e la sua gioia all’ingresso è almeno pari alla gioia che manifesta al suo rientro a casa.

Quando questo non accade, scuola e famiglia hanno da interrogarsi, non per accusarsi, ma per sostenersi vicendevolmente. Tutto il resto è chiacchera o, qualche volta - e Dio non voglia - patologia. Ed anche in questi casi, le telecamere non servono. Quel che occorre è mettersi in ascolto, con pazienza ed operosità, per offrire aiuto e comprensione, e ritornare a mettersi in cammino, con lealtà e generosità, in termini di fiduciosa reciprocità. Sì, perché la scuola può sbagliare e anche la famiglia può sbagliare, ma quel che occorre è rimediare all’errore, non fra le accuse reciproche, ma nella paziente, quotidiana, tenace disponibilità all’aiuto reciproco.

I bambini sanno essere indulgenti, quando colgono un efficace – positivo - clima di fondo, e nella loquacità del loro sguardo sanno dire ciò che nessuno saprebbe esprimere e manifestare.

Non è tempo di sospettare della scuola o della famiglia: è tempo di trovare un’intesa e di lavorare con impegno perché l’intesa sia piena e profonda, a vantaggio di quelle giovani “persone” attendono il nostro aiuto per diventare cittadini del mondo, protagonisti di una storia che spetterà a loro scrivere e raccontare.

 

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