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Accanto al generale entusiasmo per un evento di rilevanza internazionale come quello che vedrà protagonista Lecce il prossimo 22 luglio, si assiste da qualche giorno, sulle testate locali come sui social network, anche ad un fiorire di commenti tra l'ironico e il catastrofista sugli aspetti più disparati della sua organizzazione.

 

 

Si va dalle “elaborate” critiche di taglio economico-filosofico all'esaltazione della società del lusso, di cui Dior sarebbe artefice; a quelle, puramente strumentali, che confondono i ruoli svolti dai diversi soggetti coinvolti nell'evento; a quelle, di carattere estetico, sulla scelta degli elementi decorativi di Piazza Duomo operata dai creativi dell'azienda francese. In questa sorta di tiro al bersaglio, mi è capitato di sentir dire - non scherzo - che tutto sommato la sfilata “avrebbero potuto farla in piazza Mazzini, o anche in piazza Palio”.

Se, da un lato, è opportuno accogliere alcuni tra questi “suggerimenti” con un sorriso (seppur vagamente amaro), dall'altro lato provare a giustificare le scelte estetiche compiute da Dior significa cadere nello stesso errore di chi, criticandole, non si accorge che un conto è esprimere un gusto personale, e un conto è esprimere una valutazione (tecnica) sull'allestimento di una location realizzato dagli esperti di una delle più grandi aziende mondiali nel settore della moda. Che, per inciso, hanno anche ben in mente il vastissimo pubblico cui la sfilata si rivolge.

Considerando, ad esempio, il seguito che l'evento avrà nei mercati asiatici, è possibile immaginare che, accanto alla magnificenza della cattedrale e della piazza, anche le luminarie, la cassarmonica, l'orchestra della Notte della Taranta (che magari a qualcuno saranno diventate persino indigeste) esercitino il loro carico emotivo e restino dunque impresse nell'immaginario di chi, fuori dalla nostra piccola provincia, guarderà ciò che la regia sceglierà di mostragli.

È certamente difficile improvvisare la mentalità necessaria ad ospitare un evento che mette la nostra meravigliosa periferia sullo stesso piano di grandi metropoli internazionali. Peraltro, quella mentalità non è neppure indispensabile perché gli effetti positivi, diretti e indiretti, nell'immediato e nel lungo periodo, di questo evento si dispieghino a beneficio dell'intera nostra comunità.

È evidente, quindi, che non in tanti siano riusciti a comprendere fino in fondo la portata mondiale di questo appuntamento. Consola il fatto che chi può fare in modo che Lecce colga al volo opportunità irripetibili come questa, vale a dire le istituzioni cittadine e la Chiesa diocesana, lo abbia invece capito benissimo e si sia adoperato fin da subito in sinergia per rendere questo appuntamento un'occasione di straordinaria promozione della nostra terra.

 

Chiesa di Lecce per il Coronavirus