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Gli studiosi chiamano negazionismo la sistematica negazione della evidenza: un atteggiamento che nella migliore delle ipotesi si configura come vizio dell’animo, quando non nasconda una chiara opzione politica o anche un inconscio meccanismo psicologico di difesa dall’angoscia e dalla paura. In ogni caso è almeno un difetto culturale da cui giova prendere le distanze.

 

 

Chi si affatica a negare l’evidenza della storia o dei fatti d’ogni giorno, ha inevitabilmente bisogno di alterare la logica degli accadimenti, amplifica e diffonde il dubbio, alimenta la disistima verso gli altri, incrementa la diffidenza, e di fatto accredita la menzogna, associandola abilmente a qualche frammento di verità.

In un recente passato fra i negazionisti c’è stato chi ha definito i forni crematori e le camere a gas (dei campi di stermino nazisti) come zone di disinfestazione dei vestiti, adottate per contenere la diffusione delle malattie fra i prigionieri, e c’è stato pure qualcuno che, più sbrigativamente, ha detto che la Shoah è una menzogna storica abilmente elaborata dalle truppe alleate. Un professore della Università di Lione si è spinto oltre, tentando di dimostrare la sostanziale falsità del Diario di Anna Frank, e sostenendo la tesi di una presunta “impossibilità tecnica delle camere a gas”.  

Ed oggi? Oggi, c’è chi mette in dubbio la pandemia e parla di falso clamoroso a proposito dei decessi e delle bare di Bergamo, usando sempre la stessa tecnica: pochi tratti di verità mescolati fra loro, all’interno di un groviglio di menzogne.

Il negazionismo si accompagna sempre al complottismo e l’uno e l’altro evocano paure, implementano disagi, accendono gli animi, come il fuoco incendia l’erba secca.

Il negazionismo, inoltre, si pasce della dissacrazione, anche quella trasmessa sottovoce, con tono perbenista, magari affidandosi alle immagini o ai messaggini da far circolare su Whatsapp.

E così il Papa viene dipinto - sì, anche il Papa - come un nemico dell’Italia, perché lui, giunto da un'altra cultura, diversa dalla nostra, vorrebbe un Paese meticcio tant’è che induce ad accogliere... gli immigrati. Sembra quasi di sentire nuovamente le parole che ieri inneggiavano al mito della purezza della razza: un mito per il quale il mondo ha subìto i lutti e il terrore della seconda guerra mondiale!

Giova osservare che in questi tempi la frenesia del messaggino - sistematicamente incontrollato - sta prendendo un po’ tutti, perché ciascuno vuole arrivare per primo a casa dell’altro, per dargli l’annuncio, per informarlo e per mostrargli come stanno le cose.

Sorprende che tante persone di buona cultura e magari anche di fede sincera, persino sacerdoti e pastori d’anime, finiscano per credere che tutta la storia della pandemia sia una bufala, quantomeno una esagerazione, che non avrebbe affatto meritato tutto quel che si è detto e quel che si è fatto; a loro giudizio sarebbe stato meglio occuparsi d’altro.

Non sfugga che il negazionismo e il complottismo sono dei veleni e quand’essi si diffondono, corrodono tutto, a cominciare dalle radici stesse della cultura, della spiritualità e della fede.

Durante questo lungo periodo di isolamento, non sono bastati i richiami insistenti di Papa Francesco, con il suo formidabile quotidiano magistero da Santa Marta; non sono bastati gli appelli continui dei vescovi che hanno fatto di tutto, pur di non smettere di parlare ogni giorno al popolo di Dio. C’è stato comunque qualcuno che ha preferito dar credito a qualche messaggino o a qualche presunto autorevole documento (?) giunto da lontano; senza nemmeno la fatica di controllare e di verificare. Alcune persone per bene hanno letto, bevuto e diffuso.

Mentre a fatica impariamo a difenderci dal Coronavirus, stiamo facendo davvero poco per difenderci anche dall’epidemia delle bufale, per la quale occorre recuperare senso critico e passione per la verità, con un impegno personale e con tanto sincero, generoso, perseverante, ascolto della verità.

 

Scuola Diocesana di formazione teologica

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