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Qualcuno allarga le braccia e strilla compiaciuto oggi abbiamo abolito la povertà. Altri gridano al complotto e puntano il dito verso l’invasore. E le folle applaudono, mostrano di gradire, chiudono gli occhi dinanzi alla triste verità. Che è ben altra.

 

I poveri sono sempre più poveri e sono sempre più numerosi. Andate a vedere quanto sono lunghe le fila di quelli che chiedono aiuto alla Caritas e spingete lo sguardo anche al di là retrobottega dei negozi lucenti. Avanzano la fame e il deserto.

È l’Onu che lo dice: fra appena dieci anni, avremo oltre 120 milioni di nuovi poveri, che si muovono, fuggono, scappano, si allontanano dalle guerre e dalle carestie, dalle bome che esplodono e da quelle - ancora sottovalutate - del riscaldamento globale.

Abbiamo imparato a riconoscerle anche noi le bombe d’acqua, le trombe d’aria e le fitte grandinate che sconvolgono le città e scompigliano le nostre campagne. Quest’anno le cosiddette calamità naturali hanno dimezzato, nel Salento, il raccolto di ciliegie, albicocche, fioroni… ed hanno seriamente danneggiato alcuni vigneti. Ma almeno qui non siamo alla fame. La situazione è certamente grave, ma non ancora gravissima.

La verità è che terra non ce la fa; non riesce a compensare gli effetti nefasti delle aggressioni. I suoi più pericolosi nemici si chiamano: inquinamento, emissioni nocive, plastica, fumi tossici.

Si preannuncia una grande crisi mondiale, prodotta in larga parte da disastri climatici, alluvioni, siccità, sconvolgimenti che produrranno vistose carenze di prodotti alimentari, diffusione di malattie, continue esplosioni di conflitti legati alla siccità, diffusione di epidemie e un incontrollabile tendenza alla conflittualità anche armata.

L’umanità ha bisogno di una nuova arca dell’alleanza. Lo scenario, che gli esperti dell’Onu descrivono, è da brividi. Se non si interviene rapidamente, saranno pochi quelli che riusciranno a salvarsi.

Si calcola che potrebbero diventare 140 milioni le persone costrette a migrare tra Africa sub-sahariana, Asia meridionale e Sud America, senza contare vistosi abbandoni di terre non più fertili fra le ricche città dell’Europa e del Nord America.

In una situazione di questo genere, non ha alcun senso alzare i muri o gridare all’untore. È tutta la terra che è ammalata. O la si salva tutta insieme o c’è da temere il peggio.

Gli scienziati conoscono i rimedi; ma occorre muoversi subito e nella direzione giusta. Gli Stati, le città, gli organismi sociali debbono promuovere subito politiche che recuperino la logica sabatica, che si orientino alla salvaguardia del pianeta, al rispetto delle leggi della natura.

Non servono i proclami, non valgono le grida di manzoniana memoria, non giovano le facili accuse. Occorre agire, rimediare ai guasti, lavorare seriamente, impegnarsi tutti insieme, avviare un vasto progetto di ricostruzione ecologica. Altrimenti è difficile immaginare un qualche futuro degno dell’uomo.

 

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