Come spesso succede quando muore una persona conosciuta e apprezzata da molti, la notizia della scomparsa di don Agostino Superbo si è diffusa rapidamente, sin dalle prime ore del mattino di ieri (LEGGI) e ha lasciato in moltissime persone un senso di vuoto, un attimo di smarrimento, un distacco affettivo che è difficile definire con semplici parole.

Ricordare don Agostino non equivale solo a fare memoria di una grande persona - tale è stato don Agostino, come lo dimostrano le attestazioni di affetto e di stima che si leggono sui social e su importanti riviste giornalistiche in queste ore - ma, al tempo stesso, equivale a riaprire una pagina della nostra vita passata e che ciascuno ha custodito come un tesoro prezioso nello scrigno della propria anima. Faccio riferimento agli anni di formazione vissuti nel seminario regionale di Molfetta. Io, come tanti giovani studenti della Puglia, ero all’inizio di un percorso di formazione che, da lì a distanza di pochi anni, ci avrebbe visto impegnati a compiere un salto di qualità umano e spirituale, chiamati a indirizzare per sempre la propria vita.
Erano gli anni Ottanta, un tempo segnato dallo sforzo di tradurre in pratica le idee rivoluzionarie del Concilio Vaticano II. Noi avevamo all’incirca vent’anni ed eravamo ad un importante crocevia della nostra vita, uno snodo essenziale della nostra esistenza. Eravamo un concentrato di sogni e di timori, un groviglio di coraggio e di paure, continuamente in bilico tra il desiderio di volare in alto, lasciare tutto e seguire il Signore e la tentazione di rimanere a terra, appiattiti sulle nostre insicurezze e schiacciati da eccessivi calcoli umani. La figura dell’educatore era importantissima. In questo senso, ieri come oggi nulla è cambiato: l’educatore aveva - e ha ancora adesso - il compito di accompagnare il giovane in discernimento a comprendere la volontà di Dio e trovare il coraggio di scegliere. Figure come il padre spirituale, il rettore, l’animatore di corso, erano fondamentali nel cammino di discernimento. Ciascuno aveva un ruolo ben definito e insieme formavano una vera e propria equipe che contribuiva a creare nella comunità un’atmosfera, uno stile, un modello da seguire, un ambiente educativo che poteva essere positivo o meno a seconda delle qualità umane e spirituali dei sacerdoti che ne facevano parte.
Don Agostino era stato nominato come successore di don Tommaso Tridente, originario di Molfetta e storico e stimato rettore del seminario regionale: al suo posto era stata scelta una figura più giovane e aperta a nuove proposte educative. Il nuovo rettore, già rettore nel seminario diocesano di Andria, ci era stato presentato in una lunga lettera che ricevevamo nel mese di settembre e tutti noi eravamo curiosi di sapere chi si nascondeva dietro quel cognome che a noi seminaristi suscitava una certa ironia e dava adito a ingenui timori rivelatisi poi del tutto infondati. L’ingresso in seminario era stabilito per l’ultima domenica di settembre. Era un momento importante, solenne e carico di aspettative. Arrivati in seminario, la prima cosa da fare, prima ancora di sistemare i bagagli in camera, era quella di andare in direzione e salutare il rettore. L’incontro con don Agostino fu per me emozionante. Ebbi subito la percezione di un uomo semplice e, al tempo stesso, attento e acuto osservatore. Fu il primo incontro di un percorso intenso e straordinario, di un lungo viaggio fatto insieme e di un rapporto personale che, per me e per ciascuno di noi, è stato decisivo nella scelta definitiva di fare la volontà di Dio.
Don Agostino era un uomo essenziale: non amava l’esteriorità né l’esposizione della sua persona. Viveva la comunità non come il “capo” o come una temuta autorità ma come uno di noi, uno tra tanti: spesso lo vedevamo dilettarsi nell’arte del giardinaggio (nei pomeriggi di inizio primavera) o indossare le scarpe da calcio e scendere in campo e giocare fino al suono della campanella. Amava passeggiare lungo i viali del giardino del seminario da solo o, molto spesso, a dialogare con i seminaristi o a fermarsi in cappella a pregare fino a sera tarda o alle prime luci del mattino. La sua era una presenza discreta ma incisiva, preziosa e autorevole perché non era mai indirizzata al giudizio o al rimprovero ma sempre al rispetto dell’altro. La sua parola era asciutta, senza fronzoli, chiara e diretta. Pur essendo laureato in filosofia, non indulgeva in giochi di parole e i suoi discorsi risultavano essere sempre di immediata comprensione.
Per ricordare l’80° di fondazione del Pontificio seminario regionale pugliese, nel novembre del 1988, don Agostino si è fatto promotore di una pubblicazione che, già all’epoca, sembrava essere profetica ovvero molto avanti nella proposta educativa: “A immagine di Cristo buon pastore”. Cuore della pubblicazione era la pedagogia dell’esodo, ovvero “la sensibilità religiosa e sociale - come egli stesso scriveva - deve diventare vita cristiana e sacerdotale secondo il Vangelo; gli aspetti positivi che i giovani senz’altro presentano nel momento iniziale sono da considerarsi punto di partenza e quindi bisognosi di una lenta ma necessaria evoluzione”.
A curare i documenti formativi erano don Vito Angiuli e don Pio Zuppa. Così scriveva nella presentazione: “Attenti alla Sacra Scrittura, alla spiritualità dei Padri della Chiesa, agli insegnamenti del Magistero e alle situazioni a noi contemporanee, gli educatori possono procedere solo per progetti, verifiche, tentativi, nell’intento di mediare attraverso l’itinerario pedagogico, le esigenze profonde che lo Spirito suscita nella Chiesa… L’itinerario formativo al presbiterato sembra configurarsi, oggi, come attuazione, personale e comunitaria, di un vero esodo… Una pedagogia attenta a promuovere la libertà e la responsabilità della persona è sensibile all’aiuto che le può venire dalle scienze umane; ma una pedagogia dell’esodo sa che queste possono offrire soltanto alcune condizioni umane essenziali, senza le quali il resto sarebbe poco fondato”.
Era solo l’inizio di un percorso formativo straordinario che avrebbe trasformato il seminario regionale in un vero e proprio “laboratorio” di idee e di progetti. Intere generazioni di sacerdoti e di laici si sono formate su quelle pagine e soprattutto su quell’esempio che don Agostino - e d altri educatori - ci ha lasciato.
Ricordo che don Agostino citava spesso uno manoscritto anonimo medievale trovato a Salisburgo dal titolo: Il prete: un paradosso
Un prete dev’essere un paradosso, grande e piccolo insieme,
di spirito grande e aperto, un re.
Semplice e naturale, di carne contadina,
un lottatore per vincersi
un uomo che porta i segni della lotta con Dio.
Una sorgente di santificazione,
un peccatore perdonato da Dio
Padrone dei propri desideri,
uno schiavo dei timidi e dei deboli,
che guarda negli occhi i potenti
ma ascolta e impara il linguaggio dei poveri…
Il manoscritto finiva cosi: Si cerca per la Chiesa un uomo. Capace di morire per lei, ma ancor più capace di vivere per la Chiesa.
Ora che don Agostino è ritornato al Padre, noi, che l’abbiamo conosciuto, possiamo dire che la Chiesa, in lui, ha trovato un vero uomo!
*docente di teologia (Issrm “don Tonino Bello” - Lecce)

