Per alcuni disincantati osservatori, come Josè Manuel Vidal, l’iniziativa del Sinodo è apparsa condita in salsa “agrodolce”, nel senso che, partita sotto i migliori auspici, si è poi arenata tra le secche d’un verbalismo solito e scontato.

 

 

A dispetto di valutazioni fuorvianti, invece, esso ha rappresentato una preziosa occasione formativa di confronto e di discernimento tra le varie componenti del popolo di Dio, vescovi, preti e laici, che, per diversi anni, si sono messe in ascolto della Spirito e hanno provato a ridefinire i tratti essenziali della fisionomia e del cammino della Chiesa nel mondo contemporaneo

Lo sappiamo: il percorso della Chiesa nella storia è lento e irto di ostacoli e non sempre essa riesce a liberarsi dai vincoli adulterini con il potere, dalla sua pervicace autoreferenzialità e dall’attitudine sistematica a difendersi, a volte in modo risentito, da chi attenta ai suoi privilegi acquisiti. Non sempre essa riesce a tradurre in prassi innovative gli impegnativi paradossi evangelici. Non sempre adotta uno stile improntato all’amore vicendevole e alla logica del servizio disinteressato. Non sempre sa affrontare i temi scottanti e non più procrastinabili allentando gli ormeggi sicuri e prendendo risolutamente il largo.

Ma i segnali di novità, al netto di tutto, non sono mancati, durante lo svolgimento del Sinodo. La Chiesa non ha smarrito la consapevolezza che sarà chiamata sempre più in avvenire ad avviare processi strutturali e ad avere una visione complessiva e prospettica delle situazioni vitali degli individui e delle società, come spesso ha ribadito Papa Francesco, per non continuare, come talvolta accade, a operare meri interventi di facciata e di epidermico e lezioso restyling, mentre il Titanic va a fondo e il cristianesimo continua ad apparire ai più irrilevante e scarico della sua spinta propulsiva e della sua forza eversiva.

Tra entusiasmi e battute d’arresto, il Sinodo si è chiesto, tra gli altri temi caldi, come possa cambiare la vita delle comunità parrocchiali, ribadendo, nel Documento di sintesi “Lievito di pace e di speranza” del 25 ottobre 2025 (SCARICA), la necessità della formazione missionaria e condivisa dei battezzati per una più consapevole maturità di fede, mettendo al centro la Parola di Dio e la liturgia, e per avviare nuovi processi di iniziazione cristiana, perché la Chiesa continui a generare alla fede e a educare a una testimonianza cristiana incisiva e credibile. In più, come avverte il Documento al numero 68, «le parrocchie sono chiamate a far crescere la dimensione estroversa del loro essere comunità missionarie vincendo la tentazione di una routine autoreferenziale e diventando un punto di riferimento e un luogo accogliente, aperto a persone delle più diverse matrici spirituali, culturali e sociali, desiderose di incontrarsi, dialogare e impegnarsi per il bene comune». Le comunità cristiane devono rivolgersi prevalentemente, come ribadisce Papa Leone, «alle periferie urbane ed esistenziali» per proporsi come «Chiesa capace di riconciliazione».

 

 

*docente di teologia (Issrm “don Tonino Bello” - Lecce)

 

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