L’idea del presente articolo è spuntata nella mia mente subito dopo che l’arcivescovo mons. Angelo Raffaele Panzetta ha annunciato l’ordinazione presbiterale del giovane diacono Enrico De Leo.

 

 

Verso che cosa un presbitero appena ordinato orienta i suoi desideri, i suoi sogni? Sicuramente essere un presbitero secondo il cuore di Cristo, conformato il più possibile a Lui. E un cuore che ama non può che essere in debito d’amore per tutti e per sempre come il cuore di Cristo. Vediamo un po’ se questa affermazione è solo pio romanticismo oppure è una dimensione essenziale del ministero presbiterale.

Nel messaggio sulla pace del 2025, incentrato sull’espressione del Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace”, Papa Francesco invitava a volgere l’attenzione sull’importanza del debito nel suo duplice volto negativo ma anche positivo.

Il volto negativo del debito è quello che va estinto. A questo proposito, il Papa rivolge un pressante invito alle nazioni ricche ad attivarsi per estinguere il debito che grava sulle nazioni povere; ma poi c’è anche un debito che in quanto tale è un grande bene di per se stesso, un debito che rimane un bene perché non si estingue.

Nella nota 16 del messaggio, il Papa osservava: “Sant’Agostino arriva persino ad affermare che Dio non smette di farsi debitore dell’uomo: ‘Poiché nei secoli è la tua misericordia, ti degni con le tue promesse di diventare debitore di coloro ai quali rimetti tutti i debiti’ (cfr  Confessiones, 5,9,17)”.

Questo testo agostiniano, dentro il contesto del messaggio del Papa, mi ha fatto pensare a ciò che dice il Concilio Vaticano II, nella Presbyterorum ordinis, a proposito del ministero della Parola affidato ai presbiteri: “I presbiteri sono debitori verso tutti, nel senso che a tutti devono comunicare la verità del Vangelo, di cui il Signore li fa beneficiare” (n.4). In un certo senso, noi presbiteri esercitando il nostro ministero siamo costituiti “debitori” in Colui che non smette di farsi debitore”.  Il ministero della parola come l’amministrazione dei sacramenti fa di noi presbiteri “compartecipi” del debito che Dio ha contratto con la promessa della sua misericordia. Il nostro ministero si arricchisce di questa nuova connotazione: siamo debitori permanenti della grazia divina verso tutti. Chi ha dei debiti non può permettersi il lusso di considerarsi un benefattore verso i propri debitori. Il paradosso della croce racconta esattamente questa rinuncia da parte di nostro Signore di apparire l’elargitore della salvezza con atto di potenza dall’alto, ma farci dono del suo amore scegliendo la condizione di servo, di colui che “paga” per amarci, paga il prezzo più alto, nella modalità del debitore e non del benefattore.

Quali le ricadute pastorali nell’attivare il ministero di noi presbiteri in modalità “debitori verso tutti”?

Nella logica affaristica sarebbe un fallimento totale. Nella logica dell’autoreferenzialità un abbonamento per la depressione. Nella logica di una pastorale di ritorno al sacro sarebbe una profanazione, in quanto il ministero del prete perderebbe la sua dignità che si manifesterebbe totalmente nella sacralità. In una pastorale dell’iperattività e dell’efficienza sarebbe una perdita di tempo.

Forse in una pastorale sinodale e missionaria potrebbe trovare accoglienza restituendo la priorità all’evangelizzazione, alla reciprocità, al pieno riconoscimento di tutti i carismi, alla pastorale della semina e dell’accompagnamento.
Il considerarsi prete e dunque debitore trova un fondamento non solo teologico ma anche antropologico. La condizione di debito fa parte dell’essere umano in quanto tale. Siamo esseri umani perché siamo debitori l’uno nei confronti dell’altro. Nessuno è solo debitore e nessuno è solo beneficiario del debito altrui. Su questo presupposto Papa Francesco osava chiedere alle nazioni ricche l’estinzione del debito nei confronti delle nazioni povere. La pace non è altro che l’esercizio di questo scambio debitorio, che in quanto scambio non impoverisce ma arricchisce. E a questo proposito il prete, già per il fatto di essere prete, è un’immagine trasversale dell’uomo di pace.

 

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Mi curo di te, la sanità nel Salento. Radio Portalecce