Portalecce rilancia volentieri un articolo redatto da don Luigi Manca, docente di teologia patristica, dal titolo “L’idea di pace nell’impianto agostiniano di Papa Leone”, apparso ieri 22 aprile 2026 su “Nuovo Quotidiano di Puglia”.

 

 

 

L’attacco surreale del presidente degli Stati Uniti nei confronti di Leone XIV è coinciso con il viaggio di quest’ultimo presso i luoghi agostiniani.

Il 14 aprile il Papa era ad Annaba (Algeria), l’antica Ippo regius (Ippona), in visita al sito archeologico dell’antica basilica e dell’episcopio (monasterium clericorum) dove Agostino è stato vescovo per 34 anni (396-430). Prevost è tornato da Pontefice a rendere omaggio al vescovo d’Ippona, suo maestro e padre, come per essere da lui confermato messaggero di pace, in un frangente storico in cui la pace viene non solo disattesa ma anche insultata, banalizzata, sistematicamente calpestata.

Papa Leone conosce bene il valore e l’importanza di quel sito archeologico, circondato da un silenzio secolare, un segmento di un cristianesimo una volta fiorente e ormai da secoli ridotto a una piccola comunità di fedeli in un territorio interamente islamizzato. In quel sito è nascosto un grembo che ha culturalmente e spiritualmente qualificato l’Occidente cristiano. Agostino sembra “sparito” da Ippona, eppure la sua presenza si è inverata nel mondo. Le sue ossa sono a Pavia, ma il suo vero corpo sono i suoi scritti, il suo pensiero più che mai vivo e stimolante.

Di tutto questo Papa Prevost ha una lucida consapevolezza ma soprattutto ne è un intrepido e coraggioso testimone. Il suo messaggio insistente e in crescendo sull’urgenza della pace non è dettato solo dal dovere del suo ministero ma anche dal patrimonio spirituale e culturale che si ritrova come figlio di Sant’Agostino, al quale va riconosciuto il merito di aver elaborato una visione della pace a dir poco “rivoluzionaria” per le categorie culturali dell’antichità.  Anzi, per Agostino, più che di una cultura della pace occorre parlare della pace come unica possibilità di produrre cultura e realtà sociale a dimensione umana.  

E questa sfida è resa possibile, per Agostino, grazie all’evento Cristo e al suo Vangelo, sorgente non solo di una nuova etica ma anche di un nuovo pensiero, di una nuova visione della Storia e della società. Agostino è consapevole che la pace umana è legata spesso a interessi di parte e per questo fragile, ma nello stesso tempo, anche se in modo confuso e contraddittorio, desiderata e cercata dal cuore umano. Una visione della pace possibile o della pace giusta ci viene data dal vescovo d’Ippona nella grandiosa opera del De civitate Dei, in particolare nel XIX libro. Partendo da una premessa fondamentale dove egli asserisce che le città sorsero ad ineundam pacem, parla anzitutto della pace “ingiusta”, che è quella imposta dalla parte vincitrice e che si configura essenzialmente come la cessazione del conflitto. Si tratta di una pace determinata dalle stesse ragioni che hanno causato il conflitto, per tale motivo è considerata da Agostino fragile e ingiusta (Cfr. De civitate Dei XIX, 21).

Al contrario, la pace “giusta” è quella che si raggiunge con il superamento della divisione da cui è nato il conflitto. Non è la pace di una parte, è quella che trascende gli interessi particolari. Tale pace è il frutto della libertà, non è solo la fine di un percorso condotto con la guerra, ma è “la pace mediante la pace” (Epistola 229,2); nella pace giusta l’obiettivo da raggiungere è un tutt’uno con il metodo che viene adottato. Per Agostino, la pace ha un’amica inseparabile che è la giustizia. Egli ammette anche eccezionalmente l’uso della forza, ma quest’ultima viene sempre dopo la giustizia: “La forza deve venire dopo la giustizia, non precederla; per questo si mette nelle cose seconde (…)e si deve ricordare che la giustizia sta al primo posto” (De Trinitate XIII,13-17).

Tornando al De civitate Dei, Agostino afferma con determinazione cosa è il potere politico quando usa la forza senza rispettare la giustizia: “Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione.

Se la banda malvagia aumenta con l'aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell'ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell'impunità” (De civitate Dei IV,4). In questo testo egli si riferiva all’impero romano nella misura in cui era diventato grande e potente con le guerre di conquista. Se ripercorriamo il magistero sulla pace nel corso di appena un anno da quando Prevost è stato eletto Pontefice, non possiamo non riconoscere, oltre alla continuità con Papa Francesco e i Papi precedenti, anche e soprattutto una precisa impronta agostiniana.

 

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