“Penso che sarebbe opportuno che dei professionisti, ma prima di tutto dei cristiani, vadano risvegliati sul senso e il valore della Pasqua”.

Lo diceva, quasi dieci anni fa, don Alessio Albertini, sacerdote milanese, fratello dell’ex azzurro Demetrio e, all’epoca, consulente ecclesiastico del Csi (Centro sportivo italiano), per commentare la decisione della Lega di far disputare la domenica di Pasqua - eravamo nel 2017 - un turno di serie A. Scelta che nel tempo non è rimasta isolata: pure lo scorso anno si giocò e anche nel prossimo weekend con la coda del Lunedì dell’Angelo – giorno in cui scenderà in campo anche il Lecce contro l’Atalanta - sarà così.
“Il cristiano che è anche un professionista del calcio non può aspirare soltanto a novanta minuti di gloria e alla vittoria in un giorno santo in cui è chiamato a vivere la resurrezione di Gesù - aggiungeva don Albertini -, a fare la comunione e a recuperare l’idea della famiglia unita”.
E concludeva con forza: “Quei giocatori che a ogni gol indicano il cielo o si fanno il segno della croce, tutto questo dovrebbero saperlo e sarebbe importante se riuscissero a comunicarlo alle loro società. Dovrebbero avere il coraggio di dire ai propri presidenti: fermiamoci, magari giochiamo il giorno dopo, ma non sciupiamo la Santa Pasqua per inseguire qualcosa di così effimero come un gol”.
Eppure, si rinviano tante partite che poi vengono recuperate a causa del maltempo o di eventi particolari, anche meno significativi della Pasqua: perché allora non farlo anche in questa occasione? “La verità - scriveva il vescovo Raspanti già nel 2017 -, è che si è persa ogni sensibilità e la scusa della laicità è soltanto una foglia di fico”.
E allora perché la Pasqua non è più “sacrosanta” per tutti? A spiegarlo con appassionata lucidità e scevro da ogni interesse confessionale non è stato né il direttore di Avvenire e nemmeno il collega dell’Osservatore Romano che, probabilmente nei prossimi giorni avranno da dire la loro sulla trentunesima giornata del campionato di serie A, spalmata a blocchi di tre o quattro gare, tra il Sabato Santo e il giorno di Pasquetta. Tantomeno ci ha pensato il direttore di Portalecce che oggi si è sentito terribilmente schiacciato dalla vergogna di averlo letto altrove e dal dovere di stigmatizzare una scelta che diventa sempre più consuetudinaria da non scandalizzare più.
A spiegarlo bene, invece, è il direttore di un giornale leccese, una delle voci sportive a tinte giallorosse: non ne avrebbe i motivi considerato il target del suo quotidiano online ma, a coraggio, questa volta ci ha fregati tutti. È Pierpaolo Sergio. Ricordiamo ancora - ma bisogna fare un salto indietro di almeno vent’anni fa - un suo fugace passaggio da L’Ora del Salento.
In un editoriale pubblicato giorni fa su Leccezionale, Sergio si domanda: “Fino a che punto il calcio può occupare ogni spazio del tempo di tifosi ed addetti ai lavori, anche quello tradizionalmente dedicato allo stare in famiglia o riservato alla spiritualità?”. E ribadiva molto più efficacemente di uno scriba di Chiesa: “Le festività pasquali, per molti italiani, rappresentano un’occasione per ritrovarsi, condividere un pranzo con i propri cari, una gita fuori porta o, più semplicemente, rispettare un momento che ha un significato religioso profondo. Inserire in questo contesto un turno di campionato significa chiedere a tifosi, lavoratori del settore ma anche alle forze dell’ordine di rinunciare a quella dimensione di intimità e riposo che la Pasqua porta con sé”.
Poi la denuncia coraggiosa e anche controcorrente rispetto all’aria che tira circa la fede e la religiosità: “Non è solo una questione di calendario sportivo, ma di sensibilità culturale. Il calcio italiano, sempre più orientato alle esigenze televisive e commerciali ad esclusivo vantaggio di chi opera nel settore, sembra aver smarrito la capacità di riconoscere quei confini simbolici, un tempo imprescindibili, della comunità che lo foraggia. La scelta di far giocare in giorni santi rischia di trasformare una festa solo in un’ennesima occasione di consumo, svuotando di senso un momento che dovrebbe essere dedicato a ben altro”.
Chiude il pezzo con una provocazione che non sa di bigottismo ma di infinita gelosia per i valori che, al di là degli espetti religiosi in senso stretto, sono a fondamento della cultura italiana e per i quali è giusto e necessario, almeno per qualche ora, appendere le scarpe al chiodo.
“Forse è arrivato il momento - giusto per non concludere ma per lanciare invece un macigno nello stagno - di chiedersi se davvero valga la pena che ogni spazio debba essere ulteriormente riempito dal giocare e trasmettere una partita, o invece se il campionato debba tornare a concedersi, e concedere a tutti gli italiani, un giorno di silenzio, dedicato allo stare in famiglia e, per chi crede, alla riflessione. Stadi lasciati volutamente vuoti e magari anche un seguito pressoché azzerato sulle piattaforme che detengono i diritti televisivi forse sarebbe il miglior segnale da mandare al sistema inteso in senso complessivo, cominciando da chi lo gestisce, che il tifoso in primis merita rispetto e non essere considerato solo e sempre più come un cliente da spennare ed a cui togliere anche il sacrosanto diritto di trascorrere le feste con i propri cari”.
Grazie Pierpaolo per la coraggiosa testimonianza. Chapeau.

