“Servo per amore…”. Così recita un canto liturgico ancora oggi in uso. Sembra essere questo il centro dell’omelia pronunciata dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta in occasione dell’ordinazione diaconale di Enrico De Leo, incastonata, l’altra sera, come gemma preziosa nella solennità dell’anniversario della Dedicazione della cattedrale (LEGGI).

La circostanza festosa è stata in un certo senso una “prima doppia volta” per il nuovo pastore della Chiesa di Lecce, sia nel presiedere la solennità nella chiesa sua propria in qualità di vescovo titolare della diocesi, sia nel trasmettere l'Ordine sacro ad un nuovo ministro della comunità locale, manifestando in questo modo il legame indissolubile che intercorre tra il servizio di evangelizzazione e carità dei ministri ordinati e il popolo di Dio, che trova la sua espressione più alta nell'assemblea radunata nel tempio.
Dopo la solenne celebrazione le parole di mons. Panzetta (L’OMELIA pdf) hanno immediatamente goduto di larghissima soddisfazione ed entusiasmo sia nel presbiterio che tra i fedeli, essendo radicata, elaborata e comunicata sin dalle prime battute su una conoscenza effettiva ed affettiva del giovane candidato, invitato a giocarsi la vita per la “nostra Chiesa, che pure ha i suoi limiti, la sua umanità, le sue fragilità, le sue ferite; pur avendo tutto questo, la nostra Chiesa è stupenda perché porta dentro i segni dell'azione di Dio”.
Tre sono le consegne che l’arcivescovo ha affidato ad Enrico, quasi a rappresentare le coordinate della sua vita ministeriale. Primo, un cambio di prospettiva secondo l’ottica del servizio, che solo rende veramente grandi le persone: secondo, la passione per un’evangelizzazione fondata sulla Sacra Scrittura e rivolta all’apertura del cuore della gente, che ha bisogno di essere ricostruito dalla Parola vera. Terzo, l’affidamento a vita del memoriale delle origini della vocazione, perché “la scelta di Dio, il criterio con il quale Dio chiama nelle vocazioni non è il curriculum di prima classe. Dio scommette sulla miseria. Quando il Signore ci ha chiamato ha scommesso sulla nostra miseria”. Dio infatti chiama chi-ama, abilitando a diffondere lo stesso amore nella Chiesa, a persone reali e concrete, un popolo non di perfetti, ma di perdonati.
Sublime, infine, l’immagine di ciò che stava accadendo nella vita di Enrico, “come un parto”, assunta dall’arcivescovo dopo un colloquio con i genitori, in particolare con la mamma. Sì, è nata una vita nuova, segnata indelebilmente dal carattere impresso dal sacramento dell’Ordine sacro, un parto che da poche ore è un “ri-parto”, un secondo parto per tutti coloro che hanno conosciuto il nuovo diacono e un ri-partire di don Enrico ogni giorno verso coloro che egli incontrerà nel suo ministero, “un dono per la Chiesa, una perla preziosa che Gesù risorto consegna alla nostra comunità, un talento da riconoscere, da custodire e da promuovere”.
“Servo per amore… sacerdote dell’umanità”. Così recita il canto liturgico ancora oggi in uso. Mentre gioiamo nel cantare la prima parte, tutti e ciascuno per la vocazione che ha ricevuto, accompagniamo ancora Enrico con la preghiera e con la stima che egli sa attrarre perché con la santa volontà di Dio e l’approvazione entusiastica della Chiesa il suo sogno e il nostro canto siano compiuti.

