Portalecce propone ai suoi lettori un articolo redatto da don Luigi Manca, docente di teologia patristica, dal titolo “Il ‘Si vis pacem, para bellum’ e la giustizia prima di tutto”, apparso domenica 20 luglio 2025 su “Nuovo Quotidiano di Puglia”.

 

 

Oggi viene rilanciato da più parti il detto romano: Si vis pacem, para bellum (Se vuoi la pace, prepara la guerra). Con dolore devo ammettere che la storia, a questo proposito, non sembra essere stata magistra vitae come afferma il grande Cicerone.

Da come i grandi della terra hanno ripreso (meglio sarebbe dire “riesumato”) quel detto, si ha l’impressione che la storia non sia stata per loro una buona maestra, dal momento che i mali, le forme di violenza del passato, invece di essere ripudiati, rispuntano all’orizzonte addirittura più minacciosi di prima. In realtà, la storia senza un sussulto della volontà umana, come volontà di bene, è solo “destino”, “fato”, cieco accadimento.

Agostino d’Ippona, che è tornato ad essere oggetto di grande attenzione a motivo del Papa agostiniano Leone XIV, al detto romano ha una risposta che potrebbe riportare la storia ad essere magistra vitae. Egli aveva individuato quell’elemento che rappresenta la priorità nel perseguire il bene comune che si chiama “giustizia”. Da affinato teologo e pastore attento, egli fa risalire la priorità della giustizia all’agire di Dio nei confronti dell’artefice sommo del male, il diavolo:
“Il diavolo non doveva essere superato dalla potenza, ma dalla giustizia di Dio. Infatti, che c’è di più potente dell’Onnipotente? O quale creatura ha una potenza comparabile a quella del Creatore? Ma il diavolo, per il vizio della sua perversità, si è innamorato della potenza, ha abbandonato e combattuto la giustizia; gli uomini a loro volta imitano tanto più il diavolo quanto più trascurano e perfino aborriscono la giustizia per aspirare alla potenza e godono del possesso o bruciano dal desiderio di essa; e così piacque a Dio, per sottrarre l’uomo al potere del diavolo, di vincere il diavolo non con la potenza ma con la giustizia (…). In confronto a questa, la potenza di quegli uomini che sono chiamati potenti sulla terra - per quanto grande essa sia - non è che una debolezza ridicola”. (De Trinitate 13,17).

Agostino conosceva bene l’andamento della storia, sapeva che l’uso della forza rientrava nel modo di governare uno stato, ma non poteva mai accettare la forza come una priorità al posto della giustizia: “La potenza deve seguire la giustizia, non precederla” (Ivi).

Egli ha anticipato il senso di una ragionevole deterrenza dentro una visione dove la priorità deve essere data alla giustizia non alla forza. Il “se vuoi la pace, prepara la guerra”, che costituisce il principio della deterrenza degli antichi romani e che è stato ripreso con enfasi oggi da non pochi governi, con Agostino viene trasformato in ‘prepara la pace con la giustizia’: “Comportati secondo giustizia ed avrai la pace; se non amerai la giustizia, non amerai la pace” (Enarrationes in psalmos 84,12).

La priorità della giustizia sulla forza aveva ispirato coloro che, dopo i disastri causati da due guerre mondiali, avevano costruito una politica mondiale basata su un diritto internazionale e su organismi che dovevano vigilare e promuovere tale diritto.

Papa Francesco, nella sua enciclica Fratelli tutti, appena un anno e mezzo prima dell’invasione russa dell’Ucraina, aveva manifestato con grande lucidità un triste presentimento: “La guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante. Il mondo sta trovando sempre più difficoltà nel lento cammino della pace che aveva intrapreso e che cominciava a dare alcuni frutti” (n. 256).

Da esseri umani, e per rimanere tali, non ci si può non chiedere quali scelte occorrerà fare di fronte a una subcultura di guerra che si riaffaccia e tende a diventare normalità. Il detto Si vis pacem para bellum, fin ora considerato dai più solo una battuta, oggi sta diventando una strana e lugubre visione di pace, paradossalmente unico antidoto contro la guerra. Anche da questo punto di vista abbiamo la conferma come il passato rischia di ritornare come ineluttabile “destino” e riposizionarsi come futuro. Ma dallo stesso passato la risposta e la proposta di Agostino, riportata nell’oggi da Papa Francesco, da Papa Leone XIV e dal sussulto di una volontà buona di tante persone, apre a un futuro migliore.

 

*docente di teologia patristica

 

 

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