In occasione del 103° anniversario della salita al Cielo della Venerabile Luigia Mazzotta, nella chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Lecce - dove sono conservate le sue spoglie mortali - si è svolta una tavola rotonda a Lei dedicata.

 

 

Sul tema trattato (La Venerabile Luigia Mazzotta e il sacramento “dimenticato”: l’unzione degli infermi) sono intervenuti i quattro sacerdoti facenti parte del Comitato per la beatificazione di Luigia: don Michele Marino parroco del Sacro Cuore nonché padrone di casadon Michele Giannonedon Mauro CarlinoPapas Nik Pace. Ha concluso l’arcivescovo Michele Seccia.

Nel presentare l’iniziativa davanti ad una chiesa affollata di devoti, don Michele Marino ha evidenziato come il sacramento dell’unzione degli infermi spesso sia considerato alla stregua di uno spauracchio. E invece è il sacramento della gioia, dell’incontro con Cristo che viene, tanto che San Francesco arrivava a chiamare la morte come “sorella”.

Don Michele Giannone ha ricordato, preliminarmente, che se la Venerabile non è dimenticata fra i fedeli leccesi, lo si deve anche all’attività del parroco del Sacro Cuore e a quella del Comitato.

Entrando nel tema della serata, don Michele Giannone ha sottolineato come lo spunto per parlare di unzione degli infermi venga da un particolare importante della vita di Luigia Mazzotta: la storia del giglio. Fiore da sempre considerato simbolo di purezza, Luigia gravemente malata lo aveva più volte chiesto alla mamma Raffaella per piantarlo nel piccolo ortale retrostante alla poverissima stanza-casa in cui viveva in Via Leuca (dove oggi c’è la cappella a Lei dedicata). Trovato con difficoltà un piccolo bulbo di giglio, fu effettivamente piantato nel terreno circa quattro anni prima della sua morte. Ma quel bulbo era legato ad una profezia della stessa Luigia: “Quando sboccerà, io morirò!”. Passarono gli anni senza che succedesse alcunché, tanto che parenti e conoscenti davano per scontato che il bulbo fosse marcito nel terreno, come ordinariamente accade. Ma dopo quattro anni la salute sempre malferma di Luigia si aggrava ulteriormente, tanto che avverte l’approssimarsi di “sorella morte”, come la chiamava San Francesco di Assisi. Luigia aveva anche chiesto al Signore una grazia speciale: perdere l’uso della parola quando il momento fosse davvero arrivato. Così - pensava - tutti se ne sarebbero accorti e avrebbero chiamato i sacerdoti per i conforti religiosi, cosa per lei assolutamente irrinunciabile. Intanto nell’ortale il giglio non solo era spuntato dal terreno, ma si era coperto di 21 foglioline: gli anni della sua giovane esistenza, come qualcuno notò. Dopo la metà di maggio spuntò infine il bocciolo. Furono avvisati il parroco, i suoi padri spirituali e perfino il vescovo del tempo, che le somministrarono il Santo Viatico e l’olio degli infermi. Inoltre il vescovo Gennaro Trama volle che una messa venisse celebrata proprio davanti al suo capezzale. Quando il 21 maggio, dopo una notte di preghiera e di sofferenza, finalmente avvenne il trapasso, il nonno di Luigia gridò: “il giglio si è aperto!”. La predizione di Luigia si era dunque verificata alla perfezione…

Dopo la narrazione biografica della Venerabile, è spettato a don Mauro Carlino illustrare il senso teologico e catechistico del sacramento dell’unzione degli infermi. In tutti i Vangeli ci sono racconti di guarigione, in particolare in quello di Marco si legge della grande predilezione di Gesù per gli ammalati e dell’annuncio portato a tutti loro: vicino a te è il Regno dei Cieli! Partendo dal dato evangelico e dalla missione consegnata ai discepoli, la Chiesa dispone che solo il vescovo e i sacerdoti possono amministrare il sacramento dell’unzione degli infermi. La sua efficacia è paragonabile a quella del battesimo: l’unzione cancella tutti i peccati, anche quelli mortali. È vero che ordinariamente si accompagna al sacramento della confessione, ma nella sua forma straordinaria può avere efficacia e potenza anche nei confronti di chi non sia più cosciente. Viene impartita così la medicina dell’anima, che è la preghiera, e la medicina del corpo, che è l’olio santo, nella prospettiva della guarigione dell’anima e del corpo. Sì, l’unzione degli infermi giova anche al recupero della salute, se ciò possa giovare alla salvezza spirituale. Paolo VItanto appezzava l’efficacia del sacramento dell’unzione, che lo legò alla grazia dell’indulgenza plenaria, impiegando nel formulario le parole rivolte da Gesù sulla croce al buon ladrone: oggi sarai con me in Paradiso

Altra caratteristica di questo sacramento è il suo aspetto comunitario, perché insieme ai presbiteri dovrebbe coinvolgere i familiari riuniti, immagine della Chiesa che sempre accompagna l’ammalato: “Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Lettera di San Giacomo Apostolo). E infine l’Eucaristia. Ogni sacramento dice riferimento al Corpo e al Sangue di Cristo: nell’unzione degli infermi il Viatico è la ricezione del Signore come Pane del viandante, così che chi accoglie l’unzione e non la fugge accoglie Cristo stesso e dona sollievo pure al suo corpo malato. Quindi senza paura dobbiamo riscoprire l’importanza di questo sacramento insieme alla centralità dell’ammalato nella vita della Chiesa: se oggi manca una devozione alla croce è ovvio che manca la giusta centralità di questo sacramento, cosa che invece aveva ben compreso la Venerabile Luigia Mazzotta, che si preparò a tempo debito.

Se tale, dunque, è il significato teologico per la Chiesa universale, differenti possono essere le forme in cui esso viene somministrato. È quanto ha ricordato Papas Nik Pace nel corso del suo intervento. Secondo il rituale orientale risalente a Simeone di Tessalonica e tuttora vigente, sia pure adattato alle necessità odierne, il sacramento dell’unzione degli infermi veniva celebrato di sera, mentre si aspettava il mattino seguente perché il fedele ammalato potesse nutrirsi del Pane eucaristico. Il rito si svolge con la preghiera e con l’olio, consacrato per l’occasione dal sacerdote. Su un tavolo si apparecchiava il grano, l’olio, il vino e sette batuffoli di cotone che venivano utilizzati da sette sacerdoti chiamati al capezzale. Sette come i doni dello Spirito Santo, sette come i sacramenti. Ognuno dei sette presbiteri ungeva l’ammalato in sette parti del corpo, corrispondenti alle sedi sensoriali e poi al cuore, che rappresenta il luogo della Fede. L’olio veniva anche messo in una lampada insieme al vino: olio e vino sono gli unguenti usati dal Buon Samaritano, per curare l’anima e il corpo del viandante ferito a morte. Questa cerimonia nel rito greco-cattolico è rimasta in uso nella sua interezza almeno fino al XV secolo, ma ancora oggi è praticata per quanto possibile. Papas Nik ha concluso ricordando come sia molto bello associare l’unzione degli infermi alla vita di Luigia Mazzotta.

Mons. Seccia ha concluso la tavola rotonda ricordando che l’unzione degli infermi, sacramento luminoso e illuminante, vada accostato all’Eucaristia, al Corpo di Cristo, che è la luce, lo splendore di Dio che si manifesta. Dobbiamo accostarci ad Esso con la giusta devozione, ma soprattutto con amore sincero e, se ancora non lo abbiamo, chiediamolo al Signore e Lui ce lo donerà. Anche per sua esperienza personale vissuta in famiglia, l’Arcivescovo ha poi detto di aver compreso come attraverso l’azione del sacramento dell’unzione il Signore si manifesti, donando conforto, pace e coraggio al moribondo. È pur vero che oggi è un sacramento “dimenticato”, per cui il titolo della tavola rotonda costituisce una provocazione quanto mai necessaria ed opportuna, perché spesso capita che non chiamiamo il sacerdote per il parente ammalato, anche se poi ce ne pentiamo amaramente. Eppure, nei momenti di fragilità Gesù ci è vicino: certo, la croce resta una necessità, ma per i cristiani essa è comunque segno di superamento e di riscatto. La Venerabile Luigia non ha mai ceduto all’imprecazione e per questo è un esempio per noi, che facilmente nei momenti bui perdiamo la pazienza e ce la prendiamo con Dio. Non aspettiamo allora che l’ammalato diventi incosciente. Assumiamoci le nostre responsabilità di familiari e per intercessione della Luigia chiediamo che questo sacramento venga ancora chiesto, vissuto e celebrato nelle nostre case o in ospedale. Non dobbiamo aver timore, se vogliamo essere cristiani credibili, e continuiamo ad onorare tutti gli anni la Venerabile Luigia Mazzotta.

 

 

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