Nella ricorrenza del 103.mo anniversario della salita al cielo della Venerabile Luigia Mazzotta (21 maggio 1922), si svolgerà mercoledì 21 maggio, presso la chiesa parrocchiale del Sacro Cuore a Lecce - dove sono custodite le sue spoglie mortali - una tavola rotonda sul tema “La Venerabile Luigia Mazzotta e il sacramento “dimenticato”.

L’incontro avrà inizio alle 18,30. Ma perché proprio questo tema, a dir poco originale? Innanzitutto, partendo da un dato comune ed esperienziale, quelli che una volta venivano chiamati “i conforti religiosi” oggi sono sempre più malvisti se non proprio osteggiati. Seguendo la vulgata corrente, al malato, e specie a quello terminale, non bisognerebbe mai portare “il prete, se no poverino quello si spaventa!”
Tolto di mezzo il prete (per non spaventare nessuno, sic!), la modernità non trova nulla di meglio per riempire tale estremo vuoto esistenziale che proporre l’eutanasia. Così, invece di porsi delle domande importanti e di darsi delle risposte altrettanto importanti (se già non lo si è fatto prima, nel corso della vita), la soluzione laicista è di farla finita quanto prima possibile. Si inizia con scelte individuali assolutamente volontarie, per finire - un domani - con eutanasie decise chissà da chi, ovviamente sempre all’insegna del caso pietoso…
Ma torniamo alla nostra Luigia Mazzotta. Cosa c’entra con il fine vitae?
Ebbene, nella sua biografia (Positio super virtutibus, pag. 264) si legge che la Venerabile chiese espressamente al Signore la grazia (che ottenne!) di perdere la parola tre giorni prima della sua morte. Perché così parenti, amici ed astanti avrebbero capito che era davvero giunta la sua ora e si sarebbero affrettati a… chiamare il prete!
Insomma, l’esatto contrario della “moda” corrente. E così fu. Luigia aveva trascorso 22 anni di malattia più o meno grave, e quindi gli allarmi spesso si erano susseguiti. Non voleva perciò che al momento giusto le venisse meno il “conforto religioso”: il santo viatico e l’unzione degli infermi (allora chiamata “estrema unzione”).
Il suo piano riuscì a tal punto che perfino il vescovo del tempo, Gennaro Trama, giunse al suo capezzale e volle a tutti i costi che le si facesse una fotografia, due tre giorni prima del decesso: l’unica esistente della Venerabile leccese. Dunque, Luigia ebbe la possibilità di prepararsi bene all’incontro con il suo Signore. Ma ne aveva davvero bisogno? Proprio lei che aveva speso la sua giovane vita ad offrire e unire le sue tante sofferenze a quelle della passione di Gesù? Probabilmente no. Però Luigia volle lasciare in dono un esempio e un monito: non solo è importante prepararsi bene alla morte durante la vita, ma sono importantissimi quei “conforti religiosi” che il mondo moderno mal celatamente disprezza. Perché è lì che il Signore si avvicina e - per mezzo del ministro della Chiesa - ti prende per mano e non ti lascia solo nel momento più difficile, quello del transito. Quando tutti necessariamente ci abbandonano, fra la paura e il dolore, il Signore invece c’è e conforta il moribondo. Luigia ne fece un’esperienza diretta e ce lo insegna ancora: altro che eutanasia.
Al termine della tavola rotonda, organizzata dal Comitato per la beatificazione della Venerabile Luigia Mazzotta, di cui fanno parte i sacerdoti relatori - don Michele Marino, don Michele Giannone, don Mauro Carlino e Papas Nik Pace -, si terrà una concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Michele Seccia, da sempre devoto della “santa di Via Maglie”.


