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Pubblichiamo l’editoriale che il futuro card. Semeraro ha consegnato per il numero di ottobre di Millestrade, il mensile della diocesi di Albano, ancora qualche ora prima di apprendere in diretta dalla tv, domenica a mezzogiorno, la decisione di Papa Francesco di annunciare il Concistoro del 28 novembre prossimo e di ascoltare dalla voce del Pontefice il suo nome nell’elenco dei nuovi porporati.

 

 

 

È un editoriale singolare e alquanto insolito, questo che scrivo per il nostro “Millestrade”, pochi giorni dopo una nuova chiamata a servire la Chiesa, ma con modalità diverse da quelle attuate finora: ventisette anni di ministero presbiterale vissuti prevalentemente nella formazione dei futuri presbiteri e poi altri ventidue di ministero episcopale, la massima parte dei quali trascorsi insieme con voi.

Nella nostra diocesi, in questi anni, abbiamo maturato il senso di una «pastorale generativa» ed è un progetto che effettivamente oggi ci qualifica e c’identifica. Sento, tuttavia, quanto sia profondamente vero che non ci sono soltanto padri e madri che generano figli, ma pure uomini e donne che generano i padri e le madri. È il sentimento che, con gratitudine, sento in questi giorni crescere in me e questo mi rasserena, perché è la vita della Chiesa madre. Ciò che accade al vescovo di una Chiesa, però, non riguarda mai soltanto lui perché, come scriveva San Cipriano, «il vescovo è nella Chiesa e la Chiesa è nel vescovo» (Epist. 59, 8).

Ecco, allora, allargata a tutti, la domanda già rivolta al presbiterio diocesano: come vivremo questa fase di vita diocesana? La domanda l’ho riproposta alla luce della parabola dei talenti in Mt 25,14-30. Cosa faremo dei “talenti” che il Signore ci ha donato in questi anni? Li faremo fruttificare, oppure faremo una buca nel terreno per metterceli in attesa di quanto potrà succedere domani? Un’indicazione mi è stata suggerita da Santa Teresa di Lisieux, nella cui memoria liturgica l’ottobre 2004 fui inviato a voi quale nuovo vescovo. Giunta ormai al termine della sua vita, prostrata dalla tubercolosi, ma divenuta ancor più dolorante per la «notte della fede» nella quale si sentiva immersa, Teresa esclama: «Io non soffro che nell’istante. È perché si pensa al passato e all’avvenire che ci si scoraggia e ci si dispera» (Quaderno giallo, 19 agosto 1897, 10).

Occorre, dunque, vivere nell’oggi. Questo momento della vita diocesana, dunque, non deve né può essere tempo di sospensione; deve, anzi, essere tempo per proseguire serenamente nel cammino pastorale già avviato. La responsabilità, infatti, è un compito che si vive soltanto nell’oggi.

 

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