Si è chiusa ieri sera nell'aula magna della Curia arcivescovile di Lecce la tre giorni del convegno liturgico-pastorale diocesano "Molte membra, un solo corpo", promosso dall'Ufficio liturgico diocesano diretto da don Mattia Murra in collaborazione con l'Équipe sinodale diocesana.

Nell'ultima sera, in diretta anche su Portalecce Tv (RIVEDI), per la regia di don Emanuele Tramacere, due interventi: la sintesi dei lavori del convegno, affidata al vicario generale don Vito Caputo, e la relazione di Padre Jaume González Padrós, professore all'Ateneo Sant Pacià e all'Istituto superiore di liturgia di Barcellona, consultore del Dicastero per il culto - che è intervenuto su "I ministeri nella Chiesa. Un approccio liturgico".
A don Vito il compito di rileggere il cammino. È partito dalla formula che la domenica risuona in ogni chiesa: "Pregate fratelli e sorelle perché il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio".
"È una frase che pronunciamo da sempre, spesso di forza, eppure in quelle poche parole si racchiude l'intero senso del convegno - ha detto -. Non si tratta di due sacrifici distinti, ma di uno solo. Al tempo stesso non è un sacrificio senza volti in cui le voci si confondono nell'anonimato. È un'offerta presentata da un popolo in cui ciascuno custodisce il proprio posto".
Il titolo "Molte membra, un solo corpo" in tre sere "ci ha scavato dentro". Francesca Leto (LEGGI) aveva aperto con una domanda: "Che cosa dice un pane spezzato?", ricordando la Didaché - "un pane che viene spezzato e che tuttavia resta uno".
"L'assemblea non è un semplice pubblico. Ecclesia significa convocati, chiamati insieme da un altro", ha ricordato il vicario. "Di conseguenza, la sinodalità non è un metodo da applicare alla liturgia dall'esterno, come se la liturgia fosse solo uno dei tanti settori da riformare. Essa nasce proprio lì dove nasce la Chiesa, attorno all'altare".
Da qui la distinzione di Lumen Gentium 10: sacerdozio comune e ministeriale "differiscono essenzialmente, e non solo di grado, e sono ordinati l'uno all'altro". E la frase di Leto ripresa nella sintesi: "La messa non ci insegna ad essere tutti uguali, ci insegna ad essere uno pur restando molti".
La seconda sera con Fabrizio Carletti (LEGGI) e la provocazione "Perché siedi tu solo?": "La tentazione della solitudine, la logica del faccio prima da me, la paura di perdere il controllo abitano spesso anche i nostri gruppi". E ancora: "Il clericalismo non ha bisogno del colletto ecclesiastico per manifestarsi".
Al centro la distinzione: "Coinvolgere non significa ancora corresponsabilizzare". Con la formula di Carletti: "Non si delega la responsabilità, si delega il potere". E l'altra sull'autorità: "Il potere si esercita in due modi, potendo fare e potendo non fare. Saper fare un passo indietro quando è necessario è una forma altissima di autorità, non una resa".
Il focus della relazione si è poi spostato sui lavori affidati ai laboratori sinodali dalla cui sintesi è emerso che il primo giorno la parola più ricorrente è stata "spettatori", il secondo la richiesta di "passare da una liturgia alla quale si assiste, ad una liturgia che si vive". Una "sinfonia della parrocchia" dove "tutti necessari, nessuno indispensabile".
Il tema più trasversale è stato l'accoglienza e la partecipazione: "partecipare non equivale ad avere per forza un incarico" perché "l'intera assemblea è liturgo, ciascuno secondo la propria funzione" (CCC 1144) e SC 28 chiede che ciascuno compia "tutto e soltanto ciò che gli compete". "Tutto, nessuno rinunci alla propria parte. Soltanto, nessuno si appropri di quella dell'altro".
Infine, la consegna a tutti i partecipanti con la quale ha chiosato il presbitero: "Nessuno ci ha chiesto di fare più cose nella liturgia. Ci è stato chiesto di abitare meglio ciò che già celebriamo".
Da lì la parola è passata a Padre González Padrós, che ha impostato la sua relazione sulla domanda: "Chi celebra?".
"Parlare del ministero in un contesto liturgico non è una novità, ma esistono diversi modi di affrontarlo e non tutti sono conformi", ha premesso. E ha indicato tre approcci inadeguati: quello pratico - "c'è molto da fare, quindi condividiamo tra tutti"; quello che confonde ministero e attivismo - "un maggiore intervento equivale a maggiore partecipazione"; e quello "politicamente corretto" che trasforma la celebrazione "in una vetrina della società contemporanea" anziché "in un'epifania della Chiesa".
Al cuore il rapporto liturgia-fede: "Quando il Vaticano II difende la purezza della liturgia lo fa perché la liturgia è come il sangue. Se il sangue si avvelena, tutti gli organi vitali si avvelenano e rischia la vita del paziente. Se la liturgia si avvelena, la fede rischia di perdersi".
Padre González ha poi chiarito il binomio laici-clero: la linea di demarcazione è l'ordine sacro, ma il centro è il battesimo: "una celebrazione liturgica non è composta da laici e sacerdoti ma da sacerdoti e sacerdoti. I primi in virtù del battesimo, i secondi chiamati a partecipare al sacerdozio apostolico come autentiche icone del Signore".
Ha ripreso il teologo Aimé Georges Martimort: l'assemblea liturgica è universale, senza élite, che rifugge l'anonimato, aperta, missionaria, che annuncia la salvezza e cresce nei carismi come "corpo strutturato e popolo gerarchicamente ordinato".
"Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa", ha ricordato citando Sacrosanctum Concilium 28: "Ciascuno, nell'adempimento del proprio ufficio, deve fare tutto e solo ciò che è richiesto dalla natura dell'azione".
Per concludere decisivo il ruolo dello Spirito: "La diversità dei ministeri e dei servizi nell'assemblea è intesa come frutto dello stesso Spirito. I servizi e i ministeri non sono qualcosa che gestiamo noi, è un dono dello Spirito in noi".
I due interventi si sono ricuciti nel finale nel quale don Vito ha consegnato, su mandato dell'arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, le attenzioni per i prossimi mesi: curare ciò che accade prima e dopo - "chi accoglie, lo stile dell'attesa, lo spazio in cui ci si ritrova dopo la messa per raccontarsi la vita". Ed ancora gruppi liturgici stabili "non comitati organizzativi ma luoghi in cui si impara a leggere i segni"; formazione comune perché "Desiderio desideravi distingue tra una formazione alla liturgia e una formazione dalla liturgia. La prima ci spiega i segni. La seconda si lascia trasformare da essi". Infine, cura dell'omelia "affinché la parola tocchi la vita concreta".
E ha ricordato perché la messa si chiama così per la missio e per l'invio: “La direzione del nostro arcivescovo ci indica continuamente una chiesa che non si limita a custodire chi già frequenta ma si riconosce come popolo in missione".
Photogallery di Arturo Caprioli.

