«Mi tremavano le gambe». È il ricordo vivido di un bambino seduto per la prima volta all’organo della parrocchia, un'immagine semplice e preziosa che don Enrico porta custodita nel cuore nel giorno più importante della sua vita.

 

 

Ieri sera, a ventiquattr'ore dalla sua ordinazione sacerdotale, l’emozione è esattamente la stessa di allora. A cambiare, tuttavia, è la grandezza della responsabilità: davanti a lui non c'è più soltanto la tastiera di un organo, ma un'intera comunità e una nuova strada. È la strada del sacerdozio, una vocazione che don Enrico sceglie di percorrere affidando ogni passo e ogni tremore nelle mani del Signore, pronto a farsi guida, dono e strumento di grazia per gli altri.

Prima dell'inizio della concelebrazione eucaristica, trasmessa in diretta da Portalecce Tv e Tg Monteroni (RIVEDI), don Enrico ha indossato la cotta e la stola, avviandosi verso l'altare accompagnato dal solenne canto dell'oracolo. Una volta giunto alla sede, è stato accolto dai calorosi saluti del parroco, don Giorgio Pastore, e della sindaca di Monteroni, Mariolina Pizzuto. La prima cittadina ha voluto sottolineare la profonda gioia di un'intera comunità che, dopo trent'anni, vede nuovamente un proprio figlio compiere una scelta così coraggiosa e importante, ribadendo quanto Monteroni sia orgogliosa di lui e suggellando questo momento di festa con la consegna di una targa ricordo al neo presbitero.

Successivamente ha preso la parola il vescovo Michele De Tolve, rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, luogo in cui don Enrico si è formato. Nel suo intervento, il rettore ha richiamato l'importanza fondamentale di ritornare alle proprie radici durante il percorso di formazione, quelle stesse radici che Enrico non ha mai dimenticato, custodendo sempre nel cuore la sua città natale. Monsignor De Tolve ha poi tratteggiato il profilo del nuovo sacerdote evidenziando quattro tratti distintivi: l'umiltà di chi desidera tornare a casa per svolgere lì il proprio ministero, la tenacia di chi sceglie il Signore non per un solo giorno ma in modo costante, unita a una profonda gioia e a una viva passione nel servire il prossimo.

Terminati i saluti, il neo presbitero ha benedetto l'acqua e asperso il popolo convocato, facendo memoria del dono del proprio battesimo. Conclusa l'aspersione, si è recato in sagrestia per indossare i sacri paramenti e dare così inizio alla solenne concelebrazione. Sull'altare insieme a lui, a condividere questo momento di intensa comunione e preghiera, erano presenti monsignor De Tolve, diversi sacerdoti della diocesi e alcuni suoi compagni di studi del Seminario Romano.

Nella sua prima omelia da presbitero (IL TESTO INTEGRALE), don Enrico ha condiviso con la comunità una riflessione semplice e profonda sulla sua nuova vita sacerdotale, partendo dall’immagine della sentinella tratta dal profeta Ezechiele. Come una sentinella, anche il cristiano è chiamato a rimanere vigile, ad ascoltare la voce di Dio, a riconoscere il suo passaggio nella propria vita e a comunicarlo agli altri: un invito a non lasciarsi sfuggire le occasioni che il Signore offre ogni giorno per scegliere la carità, il perdono e il dono di sé.

Al centro delle sue parole c’è l’amore di Cristo, manifestato pienamente nella croce, un amore che precede ogni conoscenza e fa sentire ogni persona amata e perdonata. È proprio questa grazia, ha raccontato don Enrico, ad aver fatto nascere in lui il desiderio di conoscere sempre più Gesù e, oggi, di donare la propria vita agli altri. Il perdono, indicato come una delle strade più difficili da percorrere, diventa così una scelta concreta. In questo solco, il sacerdote è chiamato a testimoniare la bellezza di scegliere Cristo anche quando costa e a farsi strumento di comunione all’interno della comunità. Don Enrico ha infine concluso l'omelia affidando a tutti un messaggio di forte speranza: Dio non si stanca mai di amare e perdonare, e ciascuno, esattamente come una sentinella, è chiamato a vivere una testimonianza autentica per diventare dono d’amore e strumento di salvezza per gli altri.

Al termine della celebrazione, il neo presbitero ha voluto salutare e ringraziare tutti i presenti, lasciandosi guidare dalle parole dell’Apostolo Paolo nella Lettera ai Romani (15,15-16), a cui si sente particolarmente legato. Da quel passo ha tratto tre domande chiave per il suo futuro ministero: «Come, perché e per chi». Ha ricordato che l'essere ministro di Cristo è un dono gratuito e non un merito conquistato, esprimendo il desiderio di mettere sempre il Signore al primo posto e di servire ciascuno affinché la vita di ogni persona possa trasformarsi in un autentico rendimento di grazie.

Rivolgendosi poi alla comunità, alla famiglia, ai confratelli, ai seminaristi e agli amici, don Enrico ha espresso profonda gratitudine per l’affetto, la generosità e il sostegno ricevuti, riconoscendo che la gioia di quel giorno è il frutto di un cammino condiviso. Ha tenuto a precisare che l’ordinazione non rappresenta un punto d’arrivo, bensì «una nuova partenza»: pur essendo ormai sacerdote sacramentalmente, inizia ora il percorso per diventarlo ogni giorno di più, crescendo nell’amore, nell’obbedienza e nella fedeltà. Infine, ha affidato il suo ministero alla Madonna Ausiliatrice e Madre della Fiducia, chiedendo a tutti di continuare a pregare per lui. Un affidamento filiale sigillato dalle sue ultime parole: «Mater mea, Fiducia mea».

 

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

 

 

 

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