In questa trattazione è mio intento scoprire insieme al lettore i riti che accompagneranno il gesto sacramentale che il vescovo domattina compirà su don Enrico e cioè l'imposizione delle mani e la preghiera consacratoria.

EVENTO DI CHIESA
Parleremo, allora, di qualcosa che non riguarda soltanto Enrico ma che riguarda tutta la Chiesa: quello che domani si compirà non è semplicemente l'ordinazione di Enrico; sarebbe molto poco e molto riduttivo. Quello a cui assisteremo è un evento ecclesiale, qualcosa che riguarda tutti e non soltanto la comunità di Monteroni dove Enrico è nato e cresciuto: riguarda tutta la Chiesa e per questo è molto bello e significativo il fatto che l'arcivescovo abbia voluto celebrare l'ordinazione nella chiesa cattedrale nella quale si manifesta la Chiesa diocesana. Qui c'è l'epifania della Chiesa locale: il vescovo insieme ai presbiteri, ai diaconi e al popolo santo di Dio celebra i misteri e quando il vescovo è attorniato da tutto il popolo di Dio si manifesta la Chiesa locale.
SETTE MOMENTI
Il rito è diviso in sette momenti dove quello principale è sicuramente l'imposizione delle mani che avviene nel massimo silenzio: lì agisce Dio, lì entra in gioco l'opera di Dio su don Enrico. Essa è preceduta da altri tre segni.
Nel primo momento del rito il candidato viene presentato non alla Chiesa ma dalla Chiesa al vescovo e poi nell'ultimo momento viene accolto nel presbiterio innanzitutto con l'abbraccio di pace da parte del vescovo e poi dai fratelli sacerdoti.
C’è, poi, il secondo momento che prevede le interrogazioni e gli impegni dell'eletto e questo mostra la corrispondenza tra ciò che Enrico cercherà di fare o si impegnerà a fare e poi il terzo momento che è quello delle litanie dei Santi che precede l'imposizione delle mani seguita dalla grande preghiera di consacrazione.
L’'imposizione delle mani è quasi incastonata in questi altissimi momenti di preghiera quindi l'imposizione delle mani ha il suo habitat naturale proprio nella grande preghiera della Chiesa,
Domattina il protagonista del rito di ordinazione non sarà Enrico bensì Cristo: è Cristo che si dona alla sua Sposa, la Chiesa. E velatamente il vescovo lo dirà quando una volta che il presbitero incaricato presenterà Enrico a tutta l'assemblea il vescovo dirà così: “con l'aiuto di Dio e di Gesù Cristo nostro Signore”, a sottolineare che tutto quello che si compirà nella chiesa cattedrale è desiderio di Dio, viene da Dio, tutto ciò che noi faremo avverrà per l'iniziativa di Dio.
UNA PRECISAZIONE
Una ulteriore precisazione: la liturgia di ordinazione non è il desiderio di un giovane che vuole donarsi alla Chiesa e al Signore ma è iniziativa di Dio e opera di Dio. L’ordinazione presbiterale non può essere soltanto una scelta umana, non può essere soltanto un desiderio di Enrico: è il cambiamento di una vita, una vita che se non è sostenuta dalla grazia non può certamente portare frutto.
Domani, dunque, Enrico verrà chiamato così come Dio ha chiamato Abramo, Isacco, Giacobbe e ha inviato il Signore Gesù. Cristo Gesù chiamerà e invierà Enrico alla sua Sposa: quel Dio che in passato ha chiamato tanti nella storia della salvezza, oggi chiama Enrico a seguirlo nell'ordine del presbiterato.
“ECCOMI”
Dopo questa chiamata il candidato verrà chiamato davanti all'assemblea non perché lo chiede lui ma perché lo chiede la Chiesa che ha bisogno di un sacerdote: essa, forte di questa necessità va dal vescovo che è il Sommo Sacerdote di questa Chiesa locale per dire: “padre abbiamo bisogno di un sacerdote” e il vescovo, prima di ordinarlo sacerdote, si informa e chiede se questo fratello sia degno di diventare sacerdote.
Qui potremmo aprire pagine e pagine di discussioni sulla dignità di un fratello a diventare sacerdote. Sicuramente nessuno di noi è degno della grazia di Dio ma è lui che giustifica, è lui che santifica, è lui che renderà degno Enrico di questo mistero grande che la Chiesa metterà nelle sue mani e dopo Enrico risponderà a questa chiamata con una parola dal sapore biblico: “Eccomi”.
Come Mosè quando è stato chiamato davanti al roveto ardente, come Abramo quando è stato chiamato a sacrificare il figlio Isacco, come Maria quando le è stato chiesto l'impossibile. Enrico dirà una parola che ha radici bibliche e il presbitero che lo presenterà al vescovo a nome della Chiesa chiederà al pastore di rendere Enrico sacerdote e si farà garante della sua idoneità; il vescovo elegge il candidato e rimarca ancora una volta che non è un desiderio dell'eletto quello che sta avvenendo ma è opera di Dio così che, conclusione di questo dialogo, la comunità esclama: “Rendiamo grazie a Dio”.
Terminato questo momento il vescovo esorterà Enrico alla vita sacerdotale, ad una vita santa e conforme con quanto la Chiesa metterà nelle sue mani e dopo il vescovo porrà alcune domande molto importanti al candidato.
INTERROGATO
A lui chiederà pubblicamente di manifestare la sua libertà, la sua responsabilità e il suo volere di essere conforme a quanto la Chiesa gli chiede.
La prima domanda sarà molto esplicita: “Vuoi essere un collaboratore dell'Ordine dei Vescovi?”, ossia “Vuoi tu servire la Chiesa rimanendo sempre in comunione con quella Chiesa che adesso sta per generarti al sacerdozio?”.
Poi gli chiederà se vorrà essere maestro della Parola e maestro della fede cattolica: il sacerdote ha nelle sue corde il compito di istruire i fedeli non sulle proprie idee ma su quanto la Parola di Dio dice e su quanto il magistero dice,
Il sacerdote, dunque, non può dire o insegnare ai fratelli e alle sorelle che gli sono affidati le sue idee ma ciò che la Chiesa insegna.
Successivamente il vescovo farà un'altra domanda ad Enrico e gli chiederà: “Vuoi celebrare con devozione, con fedeltà e nella tradizione la liturgia, specialmente l'Eucaristia e il sacramento della riconciliazione?”. Cioè, gli chiederà semplicemente di celebrare i misteri così come la Chiesa gli chiede non con tante stravaganze e abusi ma nella fedeltà a ciò che la Chiesa gli metterà tra le sue mani.
OBBEDIRE
A seguire, il vescovo chiederà ancora all’eletto di impegnarsi a pregare per il popolo di Dio che gli è affidato, se vuole veramente consacrare la sua vita totalmente al Signore e poi c'è un altro gesto emblematico. Enrico si avvicinerà all'arcivescovo, metterà le sue mani nelle mani del vescovo, dunque, le sue mani nelle mani della Chiesa e il vescovo gli chiederà un impegno che riprenderà la prima domanda cioè quella di essere collaboratore dell'Ordine dei vescovi: “Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?”.
Tante volte, quando si guarda alla vita sacerdotale si pensa che una delle privazioni più grandi sia la scelta del celibato, come se l'unico problema di un sacerdote fosse essere celibe. In realtà una delle difficoltà più grandi è l’obbedienza, perché obbedire non significa semplicemente dire di sì al vescovo; obbedire significa essere in comunione con lui e con il presbiterio, essere in comunione con quanto la Chiesa insegna e questa parola “comunione” non è mai autentica se non si arriva a rinnegare sé stessi e portare la croce.
Spesso obbedire vuol dire rinnegare le proprie idee: ecco ritengo che non a caso l'obbedienza, la filialità col vescovo, essere collaboratore dell'Ordine dei Vescovi torna più di una volta nel rito di ordinazione e invece il celibato soltanto una volta, perché la Chiesa, nella sua saggezza, comprende che una delle cose più difficili per un prete è proprio l'obbedienza.
PROSTRATO
Quando Enrico sarà prostrato davanti all’altare, insieme, invocheremo la Chiesa del cielo e chiederemo proprio questo dono per lui: che sia un prete obbediente, un prete capace di santificarsi con questa virtù.
Durante le litanie il vescovo darà alle spalle ad Enrico ma, in realtà, orienta la preghiera della comunità che presiede verso l'altare che è Cristo.
Ora in questa supplica incessante che noi faremo chiederemo per Enrico alcune cose e le chiederemo come popolo sacerdotale. Durante quel momento occorre prendere consapevolezza di essere un popolo che può rivolgersi a Dio con supplica e che questo popolo sacerdotale ha bisogno di qualcuno che sia a servizio completo degli altri; il popolo di Dio in quel momento comprende che il battesimo non basta per questo servizio ma che, invece, c’è bisogno di una speciale consacrazione.
CONSACRATO
Terminato questo canto incessante delle litanie Enrico si metterà davanti al vescovo e il vescovo su di lui imporrà le mani: quel gesto sarà un chiaro gesto sacramentale nella tradizione biblica. Imporre le mani significa benevolenza, significa protezione, significa donare lo Spirito Santo.
Domani, su Enrico, significherà la trasmissione dell'ordine sacro: in quel momento Enrico sarà generato al sacerdozio, in quel momento noi saremo in silenzio perché il protagonista è Dio.
Mediante le mani dell'arcivescovo lo Spirito Santo cambierà Enrico e lo farà diventare un altro Cristo Capo, un altro Cristo Pastore: lui sarà in ginocchio e noi saremo in silenzio e dopo l'imposizione delle mani del vescovo anche gli altri sacerdoti imporreranno le mani su Enrico non per aggiungere nulla a quanto il vescovo in realtà ha fatto ma in segno di comunione e di accoglienza.
LA PREGHIERA
Questo gesto verrà seguito dalla preghiera di consacrazione, una preghiera molto bella E ricca di spunti per la vita spirituale.
Inizia con un'introduzione nella quale il vescovo chiederà aiuto a Dio che è artefice della redenzione dell'uomo.
Poi la preghiera ci farà ripercorrere un po' la storia del sacerdozio nella storia della salvezza e poi ci sarà la parte più importante quella epicletica dove lo Spirito Santo agirà proprio sul nostro fratello.
Questa preghiera ci ricorda che la storia della salvezza non è qualcosa di passato ma è qualcosa che si sta compiendo ora, come testimoniato dalle parole “Ora Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci i collaboratori di cui abbiamo bisogno”.
Poi il vescovo continuerà la preghiera e dirà “Dona a questo tuo figlio la dignità del presbiterato”: essa non è qualcosa che si è conquistato ma è opera sua è opera di Dio, è un dono che Dio fa ad Enrico non per lui ma per noi, per la Chiesa.
Infine, il vescovo chiederà allo Spirito di rinnovare l’umanità di Enrico affinché rimanga fedele a quanto il Signore gli sta donando.
ULTIMI SEGNI
Seguono i riti esplicativi. Enrico assistito da due presbiteri indosserà la stola al modo sacerdotale e la casula mentre le sue mani saranno unte con il sacro crisma; segue la consegna del pane e del vino, quasi “attrezzi del mestiere”. Dopo l’unzione delle mani con il Crisma, il vescovo dirà ad Enrico: “Ricevi le offerte del popolo santo di Dio per il sacrificio”. Questo gesto ricorderà ad Enrico che egli è subordinato al popolo, che il suo ministero ha ragione d'essere perché c'è un popolo che ne ha bisogno, che senza il popolo di Dio non è nessuno. Il rito si conclude con l'abbraccio di pace: il dono supremo di Gesù Risorto è la pace e ogni eucarestia celebrata ce lo ricorda.
Gustiamo la ricchezza di questa liturgia e facciamo che diventi preghiera incessante per don Enrico e per tutta la nostra Chiesa diocesana.
*direttore dell’Ufficio liturgico diocesano e maestro delle celebrazioni liturgiche episcopali


