Mancano ormai poche ore alla solenne concelebrazione eucaristica che l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta presiederà domattina 5 settembre alle 10 nella cattedrale di Lecce (diretta Portalecce Tv e Tele Dehon), durante la quale ordinerà presbitero il diacono don Enrico De Leo. L’intervista che segue raccoglie i pensieri e le emozioni della vigilia.

 

 

Don Enrico, la frase biblica che hai scelto per l'invito alla tua ordinazione, 'Mi è stata data la grazia da Dio per essere ministro di Cristo Gesù' (Rm 15,15-16). Cosa significa per te oggi, alla vigilia di questo giorno, sentirti 'ministro per grazia'?

I versetti che ho ripreso dalla Lettera ai Romani sono stati un’illuminazione durante gli esercizi spirituali in preparazione all’ordinazione. Non mi ci ero mai soffermato abbastanza e, per questo, sono certo che sia stato un suggerimento dello Spirito. Infatti, in queste poche parole è condensato il nucleo del mio desiderio sacerdotale: ricordarmi che è un dono della grazia di Dio che va ben oltre la mia fragilità, e deve essere accolto e ridonato. E, sicuramente, l’essere “ministro di Cristo” è un invito alla vigilanza affinché attraverso i miei gesti e le mie parole possa arrivare sempre prima Lui.

 


Poco meno di un anno fa ti preparavi al diaconato, ultimo varco prima del presbiterato con il desiderio di voler sperimentare la paternità e la fecondità del ministero. Ora quel varco è passato: come hai vissuto questo anno da diacono e con quale cuore arrivi all'ordinazione?

“Accanto”. È stata questa la parola che ho utilizzato poco prima dell’ordinazione diaconale per esprimere come avrei voluto muovere i primi passi nel ministero. Questi mesi sono stati necessari: come in ogni partita i primi minuti sono quelli “di studio” tra le squadre, così il tempo del diaconato mi ha insegnato ad essere accanto ai giovani, ai sofferenti, a chi seduto sulle panchine antistanti la parrocchia aveva solo bisogno di un saluto, al povero che citofona in canonica di continuo. È come se mi abbia dato la possibilità di prendere le misure per la missione sacerdotale, ricordandomi che l’unica preparazione necessaria - e non facile - è l’esercizio della disponibilità e dell’ascolto. In questi giorni ho avuto modo di fare un recap della mia vita e sono stato invaso dalla gratitudine per quanto ho vissuto a Lecce e a Roma, per l’affetto della mia comunità parrocchiale e diocesana. Son felice di sapere che tanti cuori gioiscono con me. Ed è forse il frutto più bello perché se c’è una cosa che ho compreso è che il sacerdozio non è una auto-realizzazione, piuttosto si realizza quando è per gli altri. Davanti alla grandezza di Dio non posso dire di sentirmi pronto, ma il mio cuore è felicemente disponibile a Lui!

 

Domani l’arcivescovo Panzetta imporrà le mani su di te in cattedrale. Come immagini i tuoi primi passi da sacerdote? Quale sacerdote vorresti essere per la gente che incontrerai?

I primi passi saranno quelli di un pellegrino in cammino: si macineranno chilometri, sarà a tratti faticoso, forse il cammino sarà incerto, ma sono certo di non essere solo. Entrerò nella famiglia del presbiterio e, come in tutte le famiglie, il figlio più piccolo è sempre aiutato nello sprint iniziale. Mi aspetto che sarà così anche per me. Certo, sarò chiamato subito ad una novità: vivrò la mia prima esperienza sacerdotale nella parrocchia dei Protomartiri Romani a Roma, comunità che andrò a conoscere a fine settembre. Quindi si comincia subito con una sorpresa. Il bello di un cammino, poi, è raggiungere la meta: quella soddisfazione è impareggiabile. Ecco, mi piace immaginare che la mia meta siano i cuori della gente e dei ragazzi alla ricerca di Dio, di un senso, di consolazione, di gioia. Ed è per questo che vorrei essere un sacerdote che, dal basso della sua giovinezza, può aiutare a rialzarsi e a guardare di nuovo verso l’Alto.

 

Nell'intervista che ha preceduto la tua ordinazione diaconale sottolineavi che il dono della vocazione non è solo per te ma per essere offerto agli altri. Diventerai sacerdote per la Chiesa di Lecce e domenica 6 settembre tornerai a Monteroni nella tua Maria SS. Ausiliatrice per la prima messa. A chi vuoi offrire per primo questo dono? Cosa significa per te celebrare per la prima volta lì nella comunità dove è nata la tua vocazione?

Ciascuno di noi è il frutto di una famiglia, e lo si può dire anche di una vocazione. La comunità dell’Ausiliatrice insieme a don Carlo Calvaruso prima e don Giorgio Pastore fino ad oggi, per me è stata una culla, mi ha visto crescere e cambiare, mi ha aiutato a scoprire i miei talenti, a vincere le mie rigidità. Simpaticamente penso che mi abbiano visto fare un po’ di tutto: prima nella banda, poi all’organo, sull’altare come ministrante, seminarista, diacono e oggi sacerdote. La gratitudine verso la mia gente è incalcolabile. In questi anni ho vissuto la bella sensazione di sentirmi amato, accompagnato e sostenuto nel cammino seppure a distanza e tornando poche volte all’anno. Oggi mi sento atteso, e se da una parte mi mette tensione dall’altra mi dice che la comunità ha camminato insieme con me e ora freme nel vedere il compimento di un’opera che il Signore ha cominciato in me da bambino. Dunque, voglio offrire la mia prima celebrazione eucaristica per la mia famiglia, per chi ci ha lasciati troppo presto, per la comunità dell’Ausiliatrice, per i sacerdoti che mi hanno accompagnato e per i tanti miei amici.

 

 

 

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