Domani 18 giugno, alle 18, nella chiesa cattedrale di Lecce, l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ordinerà diacono permanente Mino Abenante.

Mino è nato il 1° novembre 1973 a San Pietro Vernotico ed è originario di Torchiarolo. È un insegnante di religione, sposato con Annalisa e padre di Roberto e insieme vivono a Squinzano.
Il suo servizio come accolito inizia ventisei anni fa. Mino ha prestato servizio pastorale come accolito dapprima nella Parrocchia Matrice ‘Maria Ss.ma Assunta’ di Torchiarolo e, successivamente, nella comunità ‘Madonna di Fatima’ di Squinzano al fianco di don Mimmo Fiore. È stata, questa, una esperienza particolarmente significativa per la sua formazione. Successivamente, è stato inviato come collaboratore nella comunità di ‘Santa Maria delle Grazie’ a Campi Salentina al fianco di don Gianmarco Errico, dove ha potuto fare già esperienza concreta del suo ministero. Dopo una lunga preparazione è pronto alla sua ordinazione. Conosciamolo meglio.
LA MOGLIE ANNALISA
Essendo sposato, chiediamo subito a tua moglie: Annalisa chi è Mino? Parlaci di lui. E come hai accolto la sua scelta?
Mino è un marito e un padre la cui dedizione va oltre il dovere, radicata in un amore che si fa protezione, responsabilità e sostegno quotidiano. È difficile distinguere queste due figure, perché il suo amore per me e il nostro piccolo Roberto è palpabile ogni giorno. Ma se vogliamo dire qual è la versione migliore di Mino, beh non ci sono dubbi: essere padre! Papa Francesco diceva che “il diacono è il custode del servizio nella Chiesa. Non si può capire la Chiesa senza i diaconi, ma il diacono che è sposato deve essere anzitutto un buon padre e un buon marito”. Non è stata la sua scelta, ma la nostra risposta. Abbiamo camminato insieme tra dubbi e certezze e abbiamo accolto questa vocazione riorganizzando la nostra vita, i nostri ritmi. Mi piace pensare che il nostro amore sarà sostenuto da un doppio “sì”: quello che dieci anni fa ci ha permesso di accoglierci e custodirci reciprocamente e il “sì” che domani Mino pronuncerà. Il mio “sì” di allora si rinnova insieme a quello di mio marito, perché questo ministero, in fondo, lo vivremo insieme sostenuti dalla grazia che non ci ha mai abbandonato.
Mino, qual è stato il ruolo della tua famiglia nel percorso verso il diaconato?
È stato un ruolo fondamentale, perché se non ci fosse stata la mia famiglia, mia moglie in primo luogo e poi, il grande dono che ho avuto di mio figlio forse non ci sarebbe stata nemmeno la scelta di voler poi orientarsi verso il diaconato, verso, quindi, una vita più impegnata, nell'ambito del servizio alla Chiesa particolare. Diciamo che sin da subito, tra me e mia moglie, si è instaurata questa forma di corresponsabilità, nel vivere anche il sacramento del matrimonio come un vero patto d'amore fondato su Cristo. E questo evidentemente mi ha fatto comprendere poi, a lungo andare, quanto possa essere bello poter condividere il dono del matrimonio con un altro grande dono: una disponibilità maggiore nei confronti degli altri e delle comunità dove uno si trova a vivere e a svolgere il suo ministero.
Quando hai iniziato a sentire la chiamata al diaconato permanente? C’è stato un momento particolare che ti ha fatto capire che questa era la tua strada?
Non ho sentito una chiamata al diaconato nello specifico. Ma c'è stata sempre da parte mia una sorta di propensione nei confronti del servizio ecclesiale. Sin da bambino ho sempre vissuto a stretto contatto con la mia comunità di origine di Torchiarolo, grazie, soprattutto, ai miei nonni, in particolare grazie all’esempio della mia nonna. E poi l'aver vissuto a stretto contatto con le Suore Salesiane dei Sacri Cuori: ho frequentato la scuola dell’Infanzia lì e ricordo particolarmente, con affetto, Suor Gaetana, che quasi ogni sabato, in occasione dei matrimoni, mi portava con se in chiesa per animare la celebrazione. Quindi diciamo che sostanzialmente non c'è stato un momento specifico che mi ha fatto capire quale fosse la mia strada. Poi è giunto anche per me il tempo del servizio militare. Io optai per il servizio civile come obiettore di coscienza. In quella esperienza che svolsi alla Mensa dei Poveri delle Figlie della Carità a Lecce, ho toccato con mano cosa significasse veramente farsi prossimo.
Quali persone hanno avuto un ruolo importante nel tuo discernimento?
Le persone sono state tante. Innanzitutto, come ti dicevo prima i nonni e poi le suore. Poi tante altre persone del mio paese e i sacerdoti che si sono avvicendati, in modo particolare il caro don Mimmo Fiore che mi hanno davvero aiutato a comprendere quale fosse la mia strada. Ho ritrovato don Mimmo a Squinzano, appena sposato, nella parrocchia Madonna di Fatima e lì ho continuato a svolgere con lui il mio ministero portando l’Eucarestia agli ammalati. Quelli trascorsi lì con lui sono stati nove anni veramente belli, dove nel nascondimento, ho toccato veramente con mano che cosa significasse la sofferenza umana.
Essendo un insegnante di religione cattolica, come vivi il rapporto tra lavoro e servizio ecclesiale?
Il legame si realizza in maniera naturale. Confesso che oggi non è semplice farsi portavoce del messaggio cristiano anche in ambito scolastico; tuttavia se dobbiamo considerare il nostro ruolo di ‘inviati’ (l’insegnante di religione è un ‘mandato’ dal Vescovo), dobbiamo sforzarci, prima di tutto, di essere dei testimoni credibili che sollecitano nelle giovani generazioni domande ed interrogativi di senso che possano aiutarli nel comprendere appieno il loro progetto di vita.
Quali saranno concretamente i tuoi compiti dopo l'ordinazione? E quali persone senti particolarmente chiamato a servire?
Il diacono è chiamato sostanzialmente al servizio della Parola, della liturgia e della carità. Diciamo che la nota caratteristica del diacono è proprio quella del farsi prossimo, del farsi servo. La parola diacono, infatti, significa proprio questo. Forse non esiste una categoria specifica di persone verso le quali mi senta chiamato a servire. Sicuramente servire la comunità nella sua realtà, nella sua essenza.
C'è una parola del Vangelo che ti accompagna in questo momento?
Sì, la frase del Vangelo di Matteo, 10,26: “Non abbiate paura!”. In certi momenti della vita, soprattutto quando si sta per assumere responsabilità diverse, il timore di non essere all’altezza ci accompagna sempre. Tuttavia, quando ci si fida ed affida al Signore tutto questo viene meno perché sai che puoi contare su di Lui.
Quale consiglio daresti a una persona che sente una chiamata al servizio nella Chiesa?
Il consiglio è quello che accennavo poco fa e cioè di non avere paura, fidarsi e affidarsi sempre a Lui, perché noi possiamo fare tanto se c'è Lui con noi, diversamente potremmo fare molto poco.


