Stasera la Chiesa di Lecce si riunisce in preghiera nella chiesa cattedrale per vivere la Veglia di Pentecoste e invocare insieme con l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta la discesa dello Spirito Santo.

A partire dalle 20, la cattedrale sarà, dunque, il “cenacolo leccese” che accoglierà sacerdoti, diaconi, consacrati e popolo santo di Dio si riuniranno come gli Apostoli e la Madre di Gesù a Gerusalemme e attenderanno l’arrivo del Consolatore affinché da esso animata possa continuare ad annunciare il Vangelo della salvezza.
La Veglia di Pentecoste, a partire dalle 20, per la regia di don Emanuele Tramacere, sarà trasmessa in diretta sulla pagina Fb e sul canale Youtube di Portalecce.
LA PENTECOSTE SECONDO IL CARD. SEMERARO
Alla domanda “Cosa è la Pentecoste?”, il card. Marcello Semeraro, attuale prefetto del Dicastero delle cause dei santi, quando era ancora vescovo di Albano, nella Veglia diocesana di Pentecoste di dieci anni fa, nel 2016, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Aprilia, risponde così: “Vorrei ricordarlo con le parole della IV preghiera eucaristica del nostro Messale: «Perché non viviamo più per noi stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi, hai mandato, o Padre, lo Spirito Santo, primo dono ai credenti, a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione (omnem sanctificationem compleret)». Desidero indugiare su queste parole, perché in qualche maniera mi fanno tornare alla memoria il racconto della creazione nei sei giorni. Anche nell’opera della salvezza mi pare che Iddio abbia proceduto giorno dopo giorno, fase dopo fase: una alla volta, quasi per gradi e pian piano, onde permetterci di assorbirli tutti, i suoi doni, senza che alcuno vada perduto”.
“Mi sovviene quel che scrive San Giovanni della Croce: «Perché nel donarci, come ci ha dato, il Figlio suo, che è una Parola sua e non ne ha un’altra, ci ha detto tutto ed in una volta sola in questa unica Parola, e non ha più niente da dire» (Salita del Monte Carmelo, II, 22, 3). Ed è vero, è davvero così che Dio non ha più nulla da dirci. Egli, però, ancora qualcosa da darci ed ecco l’ultimo dono, lo Spirito altissimi donum Dei come cantiamo nell’Inno Veni creator. Fattoci questo Dono, che è al di sopra di ogni altro dono e nel quale tutti i doni sono racchiusi, ora Dio non ha più nulla da darci. È la completezza, il completamento: il fine e la fine di ogni dono”.
“Come nel settimo giorno della creazione - spiega don Marcello - Dio si riposò, pure in questo, che è il cinquantesimo dopo sette settimane, Dio vuole riposarsi! M’immagino un papà che ha lavorato tutto il giorno e rientra in casa alla sera; m’immagino una mamma anche lei giunta arrivata alla fine di una giornata di lavoro e in casa ci sono i bambini. Anche loro hanno lavorato, forse a scuola, o altrove, e hanno atteso la fine del giorno per rivedere i genitori e stare con loro. Ora che l’opera è compiuta si può stare insieme, giocare, godere della reciproca presenza. Pentecoste segna il giorno del «riposo» di Dio dall’opera della redenzione: segna l’ora della ri-creazione e perciò l’ora di stare insieme, noi e il nostro Dio ed Egli con noi, per gioire. L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori!”.
VENI CREATOR. VENI SANCTE SPIRITUS
Poi - il 2016 era l’Anno della Misericordia indetto da Papa Francesco - passa a commentare due versetti della IV strofa del Veni Creator: «sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore». “L’amore di Dio effuso nei nostri cuori - afferma il porporato di Monteroni - è una medicina che allevia il dolore, disinfetta le ferite, fa sì che si cicatrizzino e poi guariscano. Siamo caduti e ci siamo feriti; siamo caduti e ci siamo sporcati; siamo caduti e non sappiamo rialzarci! Ecco la mano del mistico «samaritano» che versa olio e vino sulle nostre ferite e si prende cura di noi”.
“L’altro inno che desidero richiamare - prosegue - è il Veni Sancte Spiritus, che oggi risuona come sequenza nella Messa. Lo Spirito è indicato come dator munerum, datore dei doni: quello che nei racconti di Natale fanno i Magi per Gesù, nei racconti di Pasqua lo fa lo Spirito per noi! Ma poi si aggiunge: «Nella fatica, riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto». Come sono ricche di misericordia, queste proprietà dello Spirito!. Più avanti, alla VII strofa cantiamo: «Piega ciò che è rigido, …». E io penso che l’opera dello Spirito non è soltanto quella di guarirci, ma anche quella di accendere nel nostro cuore il fuoco della compassione, della simpatia, della commozione verso l’altro. È il nostro cuore gelido, che deve essere scaldato; è la rigidità della nostra mente, che deve essere piegata: quella nostra «rigidità», che millantiamo come «spina dorsale» e camuffiamo come rigore morale ed è invece la sindrome del «fratello maggiore», il virus dell’invidia”.
“Ho letto nei giorni passati – così si conclude l’omelia - questo passo di San Gregorio Magno, che nell’esame di coscienza mi ha lasciato sofferente e pensoso: «Quanto meno conosciamo noi stessi, tanto più ci concentriamo su quelli che cerchiamo di rimproverare» (Commento morale a Giobbe V, 25, 36). Durante il Giubileo della Misericordia, allora, chiediamo allo Spirito di piegare le nostre rigidità e c’insegni a curvarci su chi soffre. Se Dio ci consola è perché a nostra volta consoliamo. È scritto, infatti: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2 Cor 1, 3-4)”.


