Un silenzio denso, carico di attesa e di ascolto, ha avvolto ieri sera la parrocchia di San Bernardino Realino, a Lecce, dove si è svolto il convegno diocesano dal titolo “La compassione del Buon Samaritano”, promosso dall’Ufficio diocesano di pastorale della salute diretto da don Gianni Mattia.

Un tema antico ma anche di grande attualità, capace di attraversare le pieghe più intime dell’esistenza umana e di interrogare le coscienze.
Ad aprire l’incontro trasmesso in diretta da Portalecce tv (GUARDA) è stato l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, che ha salutato i presenti con parole che hanno dato subito il tono alla serata: la compassione non come sentimento fragile, ma come dimensione costitutiva dell’uomo. «Sono molto felice di poter vivere insieme a voi questo momento di riflessione su un aspetto fondamentale della nostra vita, che ha un profondo valore sia sul piano antropologico sia su quello teologico». Il presule ha richiamato il tema della compassione anche nelle riflessioni di Giacomo Leopardi, che la descriveva come una forza capace di superare l’amor proprio e di generare responsabilità verso l’altro. Una virtù che attraversa la storia, che plasma le relazioni, che fa germogliare le storie personali dentro un terreno autenticamente umano. Il riferimento al messaggio di Leone XIV per la Giornata del malato ha dato ulteriore profondità all’incontro, inserendolo dentro il cammino della Chiesa universale e dentro le ferite concrete del nostro tempo.
Il cuore della serata è stato affidato a don Gianni Caliandro, rettore del Seminario regionale pugliese “Pio XI” di Molfetta. Il suo intervento, diretto e profondo, ha attraversato le paure e le resistenze che spesso bloccano la compassione. Le sue parole hanno scavato nel cuore dell’esperienza umana: «Quando stai vivendo una situazione di sofferenza, tutte le categorie, tutte le etichette che mettiamo sugli altri non servono più a niente. L’unica cosa che desideri, di cui hai disperatamente bisogno, è che qualcuno ti veda. Anche quella persona antipatica, detestabile: speri che si fermi. Il tema della compassione è un tema importante. Va oltre i confini della pastorale della salute: riguarda la nostra vita di esseri umani. Riguarda anche il nostro rapporto con Dio. Ha un valore antropologico, etico, civile, perfino politico, nel senso più nobile del termine: regola la nostra convivenza». La parabola del Buon Samaritano nel vangelo di Luca è diventata chiave di lettura dell’intera serata: evidenziando la differenza tra vedere e passare oltre, e vedere lasciandosi toccare. Una differenza sottile, ma decisiva. Ed è qui la differenza che cambia il mondo. Don Caliandro ha messo in guardia dagli ostacoli della compassione: la paura di confrontarsi con la propria vulnerabilità, il timore di essere travolti dal dolore altrui, gli schemi culturali che disumanizzano e giustificano. Parole che hanno toccato corde profonde, perché ciascuno, almeno una volta, si è riconosciuto in quelle resistenze. «La compassione non è sentimentalismo - ha sottolineato - è un rischio. È un gesto che espone, che cambia, che restituisce dignità».
Il momento più intenso e struggente è giunto con il collegamento video da Gaza, dove Davide Musardo, psicologo e psicoterapeuta di Medici senza frontiere, ha offerto una testimonianza viva, drammaticamente concreta. Le parole pronunciate hanno portato nell’aula liturgica il rumore dei droni, il buio delle notti interrotte dai bombardamenti, il grido dei bambini feriti.
«Ho preparato alcune fotografie che ho scattato personalmente tra il nostro ospedale e le zone che attraversavamo ogni giorno. Scattare quelle foto significava dare spazio all’emozione, riconoscere quanto sia importante collegarsi al tema della compassione. Tutte le storie che ho ascoltato avevano una base comune: il dolore. Un dolore che nasce dalla separazione, dalla perdita, ma anche dal desiderio profondo di pace e di giustizia. Noi non viviamo - mi dicevano - sopravviviamo», ha raccontato. Ha parlato di un padre che, svegliato nel cuore della notte da una telefonata, aveva solo sette minuti per svegliare la sua famiglia e abbandonare la propria casa prima di un bombardamento. Di una madre palestinese che aveva perso nove figli. Una donna che non riusciva più a distinguere la persona dall’etichetta di “nemico”. Eppure, nel riconoscere il dolore dell’altra madre, si apriva uno spiraglio di umanità. O di corsie d’ospedale dove i bambini feriti erano ricoverati due per letto e di urla forti che coprivano perfino il rumore dei droni. Il dolore psicologico rendeva inefficace perfino l’antidolorifico. Questo è stato un passaggio profondissimo: mettere da parte le categorie per riconoscere la sofferenza. E poi il racconto di una bambina di nove anni, con il braccio gravemente ustionato, sola, in quanto aveva perso tutta la famiglia, ha attraversato la chiesa come una scossa. Gridava non solo per il dolore fisico, ma perché nessuno rispondeva al suo bisogno di consolazione. Gridava continuamente. Nessuno si avvicinava: che cosa si può dire a una bambina che ha perso il mondo intero? «Mi sono avvicinato, - ha detto - le ho parlato in inglese. Lei mi ha risposto: “Tu parli, ma io non ti capisco”. Eppure, in quella frase, in quell’incomprensione linguistica era già nata una relazione. Stavano comunicando, anche senza lingua comune. Poi ha ripreso «mi sono abbassato alla sua altezza, l’ho guardata negli occhi. C’era umanità che cercava umanità». Un gesto semplice, ma decisivo: restare!».
E ancora. Musardo ha raccontato l’impotenza di chi può partire sapendo che altri non hanno via di fuga. Ha parlato di famiglie costrette a scegliere se separarsi dai propri uomini per salvarsi o restare insieme rischiando di morire, affermando che «la compassione è restare accanto anche quando non si hanno risposte». Della stanchezza cronica, la paura che «le nostre notti erano scandite dal rumore dei droni, dei generatori, dei bombardamenti. A un certo punto mi sono accorto che riuscivo a distinguere il suono dei diversi missili. Mi spaventa essere diventato capace di riconoscere i diversi suoni delle bombe». E ha indicato una verità scomoda e necessaria: «Oggi la vicinanza è diventata separazione, sospetto, paura. Il dolore non elaborato genera altra violenza. Non è un dolore che apre al dialogo, ma che costruisce muri. La violenza è l’espressione di un dolore che non è stato compreso. Per questo credo che il tema della compassione sia centrale. Compassione non significa pietà, ma sentirsi parte del dolore dell’altro, riconoscerlo, non giustificare la violenza, ma cercare di comprenderne le radici. Abbiamo bisogno di gesti di cura. Abbiamo bisogno di riconoscerci nell’altro. Solo così possiamo restare umani».
A rendere ancora più intensa l’atmosfera, gli interventi musicali di Marco Schiavone e Carlo Chirizzi, che con note delicate e avvolgenti hanno accompagnato i passaggi più profondi della serata, come una carezza sonora sulle ferite raccontate. A moderare l’incontro è stato lo stesso don Gianni Mattia, che ha guidato con equilibrio e sensibilità i diversi interventi, tessendo un filo rosso tra riflessione teologica e testimonianza concreta.
Il convegno si è concluso con un sentimento condiviso: la compassione non è debolezza, ma forza generativa. È lo sguardo che si ferma. È il passo che torna indietro. È la mano che si tende. In un tempo in cui la sofferenza rischia di diventare rumore di fondo, la serata vissuta ieri sera ha ricordato che restare umani è una scelta quotidiana. Una scelta che passa dagli occhi, dal cuore, dai gesti.
Perché, come è emerso con chiarezza, solo una compassione che si fa azione può trasformare il dolore in possibilità di rinascita.
Photogallery di Arturo Caprioli.

